Visualizzazione post con etichetta DOCUMENTO DI ECONOMIA E FINANZA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta DOCUMENTO DI ECONOMIA E FINANZA. Mostra tutti i post

domenica 26 aprile 2015

Intervento dell’on. Rocco Palese su “Discussione del D.E.F. 2015”

Intervento dell’on. Rocco Palese su “Discussione del Documento di economia e finanza 2015”


Palese

Grazie, signora Presidente. Onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo,
il quadro macroeconomico descritto nel DEF, approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 10 aprile nella sua versione programmatica, risulta venato da una notevole dose di ottimismo, com’è dimostrato dal confronto con le previsioni di tutte le principali istituzioni internazionali, dal Fondo monetario internazionale alla Commissione europea. La stessa Banca d’Italia, proprio in questi giorni, nel suo Bollettino Economico, ne ha notevolmente ridimensionato le pretese, proprio a partire dall’anno in corso, con evidenti effetti immediati negli anni successivi. Tutte le audizioni hanno, sostanzialmente e in maniera significativa, con varie argomentazioni, con vari modelli statistici, con vari riferimenti, segnalato questo eccesso di ottimismo, soprattutto, nelle previsioni programmatiche di finanza pubblica, dei conti pubblici del Paese.
Gli andamenti del primo trimestre, che dovrebbero portare ad una crescita del PIL dello 0,1 per cento, sono coerenti con questi elementi di preoccupazione, considerato che l’acquisito per l’anno in corso – tutto il dato acquisito – è pari a meno dello 0,1 per cento. Ne deriva che, per realizzare gli obiettivi indicati dal Governo, l’economia dovrebbe crescere nei prossimi mesi dello 0,7 per cento: prospettiva senza dubbio auspicabile, ad avviso di Forza Italia, ma altrettanto improbabile e non solo per noi.
Si potrebbe ancora forzare il sentiero dello sviluppo, ma questa strategia richiederebbe una politica economica ed una visione che mancano nell’ordine del giorno del Governo, che si limita solo ad incassare il dividendo che deriva dalle migliorate condizioni internazionali, sempre che le turbolenze legate al caso della Grecia non siano destinate a mutarne radicalmente il clima. La verità è che il tema di come fare sviluppo in una situazione caratterizzata dalla scarsità delle risorse pubbliche a disposizione rimane la grande incognita, rispetto alla quale il Governo si trova impotente.
Al fine di individuare i possibili meccanismi autopropulsivi dello sviluppo, sarebbe necessario avviare un grande confronto con tutte le forze presenti in Parlamento, puntare sul dialogo e l’inclusione. Il Governo segue, invece, una linea opposta: quella dell’uomo solo al comando, con un continuo restringimento della sua base parlamentare e il tentativo di stabilire un rapporto diretto e non mediato con l’elettorato, utilizzando lo strumento della spesa pubblica, il cosiddetto tesoretto come semplice «carota» per convincere i perplessi.
A tal proposito, signora Presidente, io richiamo fortemente la sua attenzione sul problema della situazione del cosiddetto tesoretto, perché noi in audizione, in Commissione bilancio, abbiamo avuto la possibilità di ascoltare il presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio; non solo abbiamo ascoltato il presidente – ma quella è l’istituzione, dal punto di vista istituzionale, a cui noi dobbiamo fare, per forza, riferimento –, ma anche, poi, i dati della Corte dei conti e della Banca d’Italia. In sostanza, questa possibilità viene ritenuta non solo imprudente, ma, a nostro avviso, non praticabile dal punto di vista della correttezza dell’ordinamento contabile della finanza pubblica rispetto alle vigenti norme nel corso dell’esercizio finanziario.
Noi neanche abbiamo concluso i quattro mesi di questo esercizio finanziario: come si fa a prevedere che possa esserci, entro il 31 dicembre di quest’anno, con le varie turbolenze che sono corso, la possibilità di utilizzare 1,6 miliardi di euro ?
Questa operazione, secondo le regole della contabilità e anche del buonsenso, ha solo due possibilità: la prima, che il Governo si impegni, di modo e di fatto, nella risoluzione che presenterà ad attuare una variazione di bilancio. Potrebbe farlo tranquillamente, sarebbe una strada corretta: fa una variazione rispetto all’attuale bilancio dello Stato. Peraltro, anche la Commissione bilancio ieri si è pronunciata dicendo che la condizione è questa, ossia che può essere fatto questo provvedimento, se il Governo se ne assume la responsabilità e la necessità e se vengono utilizzate le risorse attualmente presenti nel bilancio dello Stato come competenza e cassa. Questa è una cosa corretta.
Se, invece, si vuole scegliere un’altra strada, allora, come dice il presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, bisogna quanto meno utilizzare la rispondenza delle eventuali entrate fiscali della fiscalità generale (quindi, siamo già a giugno o luglio, con il 730 e il 740) e correttamente in sede di assestamento di bilancio.
L’Ufficio parlamentare di bilancio – signora Presidente, io richiamo la sua attenzione formalmente – ha l’obbligo di vigilare su questo aspetto, perché non esiste al mondo che sul problema della risoluzione, che sarà presentata… Noi faremo la risonanza magnetica alla risoluzione su questo aspetto, così come l’Ufficio parlamentare e anche l’ufficio di bilancio della Camera preposto devono fare la risonanza magnetica, perché colpi di mano o artifici contabili, al di fuori di quello che prevedono le norme contabili e la legge di contabilità n. 196 del 2009, non possono essere fatti, occorre che ci sia la certezza delle entrate.
Se il Presidente del Consiglio e il Governo ritengono di fare e di adottare questa procedura del tesoretto e quant’altro, si devono assumere la responsabilità di fare una variazione di bilancio. Questa è la situazione corretta, non che ci sono degli artifici in giro, secondo le voci che io mi auguro non siano riscontrate. In queste ore, mentre noi parliamo, c’è uno scontro non di poco conto tra la Ragioneria generale dello Stato e la Presidenza del Consiglio, perché dalla Presidenza del Consiglio giunge voce che vorrebbero utilizzare una specie di anticipazione sul risparmio. Dove sta il risparmio ? Dove sta la certezza delle entrate ?
Eppure, l’esperienza storica dovrebbe illuminare. Quando si ricorre a strumenti di questo tipo, invece di mobilitare le risorse di una sana economia, i risultati non possono che essere deludenti. Lo si è visto con l’elargizione a pioggia degli 80 euro: dovevano determinare un impatto immediato sulla crescita del PIL e, invece, i risultati a consuntivo ne dimostrano tutta l’inadeguatezza. Da un lato, quasi 10 miliardi di spese in più, oltre lo 0,6 per cento del PIL; dall’altro, un impatto sul PIL che le valutazioni più ottimistiche stimano nello 0,1 per cento dello stesso aggregato.
Ripetere l’esperimento utilizzando nuove risorse per un valore pari a 1,6 miliardi di euro non sarebbe solo sbagliato, ma una perseverazione diabolica nell’errore, oltre che essere contro le leggi dello Stato. Le proposte governative rischiano pertanto di creare un buco nell’acqua e di sprecare le opportunità di una situazione internazionale che non può durare all’infinito. La caduta del prezzo del petrolio, l’erosione del cambio, il quantitative easingrappresentano quella finestra, come più volte indicato dal Ministero dell’economia, destinata a chiudersi prima o poi.
Anche il Presidente della Banca centrale europea ha detto che l’attuale fase economica favorevole per le condizioni esogene – non certo per merito del Governo – è del tutto passeggera e che, invece, bisogna cercare interventi strutturali, che ancora noi non vediamo da nessuna parte descritti, se non accennati, evocati, annunciati come sempre in questo DEF. Non approfittarne con politiche ambiziose, focalizzate sul mercato e sui suoi meccanismi di funzionamento non può che comportare un tragico errore, l’ennesima occasione persa da parte del Governo del Paese.
La dimostrazione di quanto appena detto la si ritrova nelle previsioni dei principali organismi internazionali. Secondo il Fondo monetario internazionale nei prossimi cinque anni (traguardo 2020) l’Italia crescerà a ritmo più basso di tutti i Paesi dell’Eurozona.
Le stime parlano di uno sviluppo medio dell’1 per cento contro l’1,6 per cento dell’Eurozona. Meglio dell’Italia non farà solo la Germania ma la Francia, la Spagna, e anche la Grecia, il Portogallo, Cipro e la Slovenia, ovvero Paesi che hanno subito una crisi finanziaria che li ha portati sull’orlo del default. Se questo dovesse essere l’effettivo orizzonte, l’Italia, una volta risorsa dell’intera l’Europa, diverrà il suo principale problema. Alla crescente insostenibilità del suo debito sovrano, checché ne dica il Ministro dell’economia, si accompagnerà un’anemia produttiva destinata a far risaltare ancora di più lo squilibrio nei suoi fondamentali. Si aprirebbe in questo caso uno scenario insolito. Negli anni Ottanta, infatti, il debito, per motivi complessi in parte legati ai mutamenti intervenuti nella politica monetaria americana (la cosiddetta rivoluzione di Paul Volcker, allora Presidente della FED), cresceva in modo preoccupante, ma il ritmo di sviluppo dell’economia italiana era tra i più alti in Europa. L’asimmetria di questi andamenti contribuiva ad evitare effetti cumulativi che, altrimenti, avrebbero determinato – come poi avvenne nel 1992, a seguito della riunificazione tedesca, che alimentò la crisi dello SME – effetti distruttivi.
Memori quindi dell’esperienza storica più recente, è bene guardare al futuro con meno beota incoscienza e più determinazione. Il Governo punta a far crescere il potenziale produttivo italiano attraverso le riforme ipotizzate, che, tuttavia, come ricordava la Banca d’Italia, non basta annunciare. La contraddizione di questa prospettiva con il breve periodo è evidente. I loro effetti, se mai si verificheranno nella dimensione più volte enunciata e altrettanto rimaneggiata, si avranno nell’arco di quattro, cinque anni o forse mai. Nel frattempo, come sarà cambiata la situazione internazionale ? Il rischio di un amalgama non riuscito è del tutto evidente. Ragioni di prudenza, miste al realismo, richiederebbero pertanto una riflessione più approfondita sui dati forniti dal Governo nella sua previsione. Secondo i valori indicati, la crescita per l’anno in corso dovrebbe essere alimentata in parte dalla domanda interna, che dovrebbe contribuirvi per lo 0,4 per cento, ed in parte dall’estero per il restante 0,4, mentre dalle scorte si dovrebbe avere un effetto negativo dello 0,1 per cento. Lo scorso anno la forte compressione del PIL (meno 0,4 per cento) è stata determinata, in misura rilevante, dalla compressione della domanda interna (consumi delle famiglie ed investimenti), con una caduta, in termini di contributi alla crescita del PIL dello 0,6 per cento. È realistico ipotizzare un vero e proprio ribaltamento, che dovrebbe avere la dimensione di 1 punto di PIL, per far quadrare la previsione. Qualche sintomo di risveglio si intravede ma finora i consumi delle famiglie, in leggera ripresa, si sono concentrati solo sui beni durevoli, fatto fisiologico, dopo tre lunghi anni di contenimento. Ciò che ancora manca è la diffusione del fenomeno ai beni comuni, che rappresentano il pavimento indispensabile per una loro ripresa duratura. Gli altri elementi della previsione non sfuggono alla critica. Nel DEF non viene fatta alcuna differenza tra investimenti pubblici e privati. Si prevede una loro ripresa, con un contributo alla crescita del PIL dello 0,2 per cento, ma Banca d’Italia ha dimostrato che, mentre le uscite in conto capitale resterebbero sostanzialmente stabili, le uscite primarie crescerebbero dell’1,3 per cento. Quindi, la ripresa degli investimenti è affidata solo al settore privato, dove, tuttavia, esiste una grande capacità produttiva inutilizzata. Forse, le imprese che operano sui mercati internazionali si muoveranno secondo le indicazioni fornite, ma si tratta, pur sempre, di una massa critica (circa il 30 per cento delle imprese italiane, in termini di valore aggiunto) limitata. Se non ripartirà la domanda interna è difficile che il processo possa avere la diffusione ipotizzata.
Sul fronte dell’estero, la previsione è più realistica. Lo scorso anno esso ha contribuito per lo 0,3 per cento ad arrestare la maggiore caduta del PIL; allora le previsioni di crescita del commercio internazionale erano del 3 per cento. Per l’anno in corso è previsto un leggero miglioramento: 4 per cento, tutto qui. Il dato fornito dal Governo ha quindi una sua coerenza ma con una grande controindicazione. Il contributo dell’estero è dato dalla differenza traexport ed import. L’anno passato il suo contributo alla crescita del PIL scontava una forte compressione della domanda interna. Se quest’ultima dovesse crescere, secondo le ottimistiche previsioni del Governo – noi siamo convinti purtroppo del contrario –, le importazioni seguirebbero una traiettoria diversa dal passato e quindi quell’attivo dello 0,4 per cento, in termini di contributi alla crescita del PIL, risulterebbe fortemente ridimensionato. Quindi, sono aleatori i numeri che il Governo propone. Soffermarsi su un quadro macroeconomico è stato importante a causa delle conseguenze che il Governo attribuisce alla sua evoluzione. Nel 2016, come indicato nello stesso documento, occorrerà trovare le risorse indispensabili per far fronte alle clausole di salvaguardia previste nelle passate leggi di stabilità, per un valore pari ad 1 punto di PIL. Le risorse indispensabili per indicare questo traguardo sono state indicate, per 0,4 punti di PIL, nel miglioramento del quadro economico e per il restante 0,6 per cento, grazie ad un’ipotetica spending review di cui non si conosce la relativa specifica.
Se le cose dovessero risultare peggiori di quanto previsto, ed i margini di incertezza ai quali si è accennato non lasciano dormire sonni tranquilli, l’intervento, in termini finanziari, dovrebbe essere ancora più massiccio. Ed i dubbi che sono stati avanzati nei vari interventi, durante le audizioni parlamentari, relativi all’andamento del deficit strutturale, della regola della spesa e del contenimento del rapporto debito pubblico – in altri termini del rispetto delle regole europee – diverrebbero certezze. Purtroppo certezze negative, sulle quali, fina da ora, pesa la spada di Damocle della Commissione europea. Il Presidente Renzi nel semestre di presidenza italiana non è riuscito ad ottenere nulla, non è riuscito a concretizzare in un impegno l’auspicio della cosiddetta flessibilità, neanche per la nettizzazione dei fondi strutturali europei rispetto alla richiesta di nettizzazione sul patto di stabilità interno in riferimento agli investimenti. Di questo chiaramente nel DEF non vi è traccia.
Si spiegano così le critiche unanimi, che sono state rivolte, rispetto all’ipotesi di un utilizzo preventivo di un presunto «tesoretto», a cui, signora Presidente, accennavo all’inizio del mio intervento, che al momento esiste solo nei computer di Via XX Settembre. Se mai dovesse essere accertato, in sede di analisi del bilancio di assestamento e non prima, sulla sua possibile destinazione si dovrebbe discutere, tenendo conto del quadro complessivo dell’economia italiana. Resistendo alla tentazione di un uso solo politico del medesimo. È questione di serietà: di fronte all’opinione pubblica e all’Europa. Le risorse a disposizione possono essere usate solo quando sono state definitivamente accertate, secondo procedure e metodologie rigorose. Altrimenti si contribuisce solo ad alimentare lo sconcerto e il disincanto. Dalla Banca d’Italia e dalla Corte dei conti viene lo stimolo e l’indicazione, ove dovesse concretizzarsi l’eventualità di poter utilizzare quelle risorse, di destinarle alla riduzione del debito pubblico.
Il gruppo parlamentare Forza Italia, nella sua riflessione critica del DEF, ha rinunciato alla facile demagogia, facendo emergere preoccupazioni che sono reali, quali premessa che può essere foriera di ulteriori sviluppi e confronti parlamentari, dai quali non intende sottrarsi, nella consapevolezza dei rischi prospettici che gravano sulla società italiana. Da più parti si sono suggerite anche proposte alternative da contrattare in Europa, nel contesto di ciò che esiste all’interno dell’Europa. Altro che semestre europeo ! Nel semestre europeo il Presidente del Consiglio avrebbe dovuto mettere in mora l’Europa, perché anch’essa è inadempiente rispetto al Patto di stabilità e crescita. Dopo circa 13 anni di moneta unica del Patto di stabilità e crescita purtroppo non abbiamo la stabilità finanziaria e della crescita non si vede l’ombra, perché anche il cosiddetto Piano Juncker è soltanto un’illusione. Meglio di niente, meglio feriti che morti, ma non porterà veramente dei risultati.
È necessario, pertanto, che il Governo soprassieda da qualsiasi decisione circa l’ulteriore distribuzione a pioggia di risorse che non sono state contabilmente certificate, impostando, al tempo stesso, una strategia di politica economica che non rimandi ad un tempo indefinito, e comunque disallineato dalle dinamiche della congiuntura internazionale, le necessarie misure da intraprendere. L’obiettivo è uscire dalla genericità delle enunciazioni circa la necessità di un maggiore sviluppo, indispensabile per arrestare i fenomeni di ulteriore arretramento rispetto alla realtà internazionale. Non dimenticando che, a differenza della maggior parte dei paesi dell’eurozona, l’Italia deve ancora recuperare circa 9 punti di PIL, per ritornare alla situazione del 2007. Ed è questo il duro fardello che deve essere rimosso, nel tempo più breve possibile.
Signora Presidente, mi limito ora ad illustrare ciò su cui in sede di dichiarazione di voto il mio gruppo tornerà una volta fatta la verifica rispetto a ciò che viene proposto nella risoluzione da parte del Governo in merito alle perplessità che ho evidenziato poco fa. Non è solo un fatto politico, nella maniera più assoluta, perché il Governo se vuole prendere quella strada può farlo tranquillamente assumendosene la responsabilità, purché lo faccia nella correttezza e nel rispetto delle leggi. Procedesse ad operare la variazione di bilancio, perché quella è la manovra corretta e noi non tollereremo che alla vigilia delle elezioni si faccia un decreto, che magari viene prima nascosto, perché mi rifiuto di credere che la Ragioneria generale possa bollinare una cosa diversa da quella, per poi scoprire, a risultato delle elezioni già acquisito, che il tesoretto in effetti non c’era e si debbono prendere altre risorse da poter essere utilizzate a pioggia per comprarsi il consenso elettorale

giovedì 23 aprile 2015

IL SENATO ESAMINA IL D.E.F. 2015

seduta del 23.4.2015

In apertura di seduta la sen. De Biasi ha ricordato il centenario del genocidio degli Armeni e la Presidenza ha invitato l'Assemblea a osservare un minuto di silenzio. Il sen. Paolo Romani (FI-PdL) ha rilevato che la commemorazione di eventi rilevanti non può essere prerogativa di una sola forza politica: tutti i Gruppi dovrebbero esserne informati preventivamente per poter dare un contributo.
L'Assemblea ha avviato l'esame del Documento di economia e finanza 2015.
Il relatore, sen. Guerrieri Paleotti (PD), ha illustrato i contenuti del Documento che prevede per il 2015 un incremento del Pil dello 0,7 e, negli anni 2016 e 2017, dell'1,4 e dell'1,5 per cento. Per il triennio 2015-2017, il DEF conferma gli obiettivi di indebitamento netto pari rispettivamente a 2,6, 1,8 e 0,8 per cento. Il rapporto tra debito e Pil crescerà nel 2015 (da 131,1 a 132,5 per cento) per scendere nel biennio successivo a 130,9 e 127,4 per cento. Dopo una crisi prolungata - ha affermato il relatore - il Paese ha l'opportunità di riprendere a crescere, e di porre il rapporto debito Pil su un sentiero discendente, grazie all'evoluzione del contesto macroeconomico internazionale (politica monetaria espansiva e non convenzionale della BCE, deprezzamento dell'euro rispetto al dollaro, crollo del prezzo del petrolio, aumento della domanda mondiale) che favorisce le esportazioni. Per sostenere la ripresa nascente, il Governo intende proseguire una politica di bilancio responsabile e favorevole alla crescita, evitando aumenti del prelievo fiscale e utilizzando la flessibilità connessa alla clausola europea sulle riforme strutturali. L'Esecutivo intende migliorare in modo più graduale il saldo strutturale - fermo restando l'obiettivo del pareggio nel 2017 - così da liberare risorse, nel 2015, per 1,6 miliardi da destinare alla crescita della domanda interna (consumi e investimenti). Un punto qualificante del DEF è la proposta di scongiurare l'attivazione delle clausole di salvaguardia nel 2016 (aumento dell'Iva e delle accise) grazie all'andamento del gettito e alla flessione della spesa per interessi (0,4 per cento del Pil), nonché a misure di revisione della spesa (0,6 del Pil). Nel programma nazionale di riforma figurano le riforme istituzionali (elettorale e costituzionale), le semplificazioni, la riforma della pubblica amministrazione, della giustizia e del mercato del lavoro, la revisione della spesa e le privatizzazioni (cessione di partecipazioni di Enel, Poste, Ferrovie dello Stato, Enav). In conclusione, il Governo immagina un'interazione virtuosa tra riforme volte a rilanciare la competitività, politica di bilancio tesa a garantire la fiducia dei mercati, aspettative favorevoli alla crescita, investimenti atti a promuovere nuove opportunità di lavoro.
Nella discussione generale hanno preso la parola i sen. Girotto, Serenella Fucksia, Michela Montevecchi (M5S); Magda Angela Zanoni, Moscardelli, Fornaro, Filippi, Nerina Dirindin, Del Barba, Santini (PD); Crosio, Tosato (LN); Bocchino, Molinari, Raffaela Bellot (Misto); Scilipoti Isgrò, Carraro, Anna Cinzia Bonfrisco, Liuzzi, D'Alì (FI-PdL); Barozzino, Alessia Petraglia (SEL); D'Anna (GAL); Panizza (Aut). Le opposizioni hanno sottolineato l'ottimismo ingiustificato del DEF che affida la ripresa ad una favorevole congiuntura internazionale, il cui protrarsi è molto incerto, e a riforme strutturali di stampo neoliberista, il cui impatto è sopravvalutato. Il Documento traccia, inoltre, un percorso di riduzione del debito insostenibile. Non vi è alcuna discontinuità con l'austerità recessiva: si punta su tagli di spesa e di tasse, difficilmente realizzabili, mancano investimenti pubblici, misure dirette di sostegno al reddito, una politica attiva del lavoro. La neutralizzazione degli aumenti di Iva e accise tramite la spending review appare irrealistica: sono più probabili tagli alla spesa sanitaria, agli enti locali e ai trasporti pubblici. Inattendibili, infine, le previsioni, volte a catturare consenso elettorale, su tesoretto e agevolazioni fiscali. La risoluzione n. 1 della Lega Nord propone di rivedere i tagli lineari agli enti locali e il patto di stabilità interno, di ridurre l'imposizione fiscale sugli immobili, di favorire l'accesso al credito per le PMI, di rendere permanenti le misure di riduzione del costo del lavoro. La risoluzione n. 2 di Sinistra Ecologia e Libertà propone di recuperare 23,5 miliardi (attraverso l'indebitamento netto al 3 per cento, la riduzione degli incentivi alle imprese, la rinuncia a F-35 e TAV Lione-Parigi, la patrimoniale sulla ricchezza finanziaria, il contrasto all'evasione dell'Iva) da destinare a un piano straordinario del lavoro e all'istituzione del reddito di cittadinanza. Larisoluzione n. 3 di GAL propone l'adozione di un piano straordinario per il Mezzogiorno. La risoluzione n. 4 di Movimento 5 Stelle propone di non considerare vincolante l'obiettivo di medio termine, di promuovere la rivisitazione dei trattati europei, di ripristinare le risorse a favore degli enti locali decurtati dalla legge di stabilità, di selezionare gli interventi di revisione della spesa. La risoluzione n. 6 di Forza Italia propone di assegnare priorità alla revisione della spesa pubblica e di destinare le risorse disponibili all'eliminazione dell'IMU in agricoltura, alla riduzione delle tasse sugli immobili, alla ricostituzione dei fondi strutturali, alla digitalizzazione, alla privatizzazione di Ferrovie dello stato, ai fondi per il dissesto idrogeologico.
In sede di replica il Vice Ministro dell'economia e delle finanze Morandoha negato che il DEF pecchi di ottimismo eccessivo: le previsioni sono state vagliate dall'Ufficio parlamentare di bilancio. Il Governo è consapevole che la gracile ripresa in atto è legata a fattori esogeni, destinati ad esaurirsi presto: per avere una crescita stabile e duratura occorrono, infatti, interventi immediati volti a promuovere consumi e investimenti privati, attuazione delle riforme strutturali che consentano di avvalersi dei margini di flessibilità sui saldi di finanza pubblica, interventi per l'accesso al credito (crediti deteriorati, mini-bond, fondo di garanzia) capaci di trasmettere all'economia reale gli stimoli espansivi della BCE. Quanto alle previsioni sulla pressione fiscale, il Vice Ministro Morando ha precisato che il dato tendenziale incorpora le clausole di salvaguardia e che l'obiettivo programmatico del Governo è la riduzione della pressione fiscale su lavoro e imprese. Il Vice Ministro ha accolto, infine, la risoluzione di maggioranza e ha respinto le altre, giudicando però non estranei all'orientamento del Governo diversi impegni delle risoluzioni di LN e FI-PdL. La risoluzione di maggioranza n. 5 impegna il Governo a utilizzare lo spazio di manovra sul raggiungimento del pareggio di bilancio per rafforzare l'implementazione delle riforme strutturali; a utilizzare la flessibilità, legata alle riforme, per neutralizzare le clausole di garanzia e ad assicurare riduzioni di spesa selettive; a favorire la ripresa del credito per cittadini e imprese; a rilanciare le aree sottoutilizzate; a sostenere gli investimenti degli enti locali, superando il patto di stabilità interno; a rivedere il sistema di tassazione locale sugli immobili; a valutare l'opportunità di mantenere gli sgravi per i nuovi contratti a tempo indeterminato e introdurre, nella prossima legge di stabilità, elementi di flessibilità in materia previdenziale; a dare attuazione all'assegno e all'indennità di disoccupazione; a rivedere la normativa sugli appalti pubblici; a destinare ulteriori risorse all'edilizia scolastica, alla messa in sicurezza del territorio e all'efficientamento energetico.
Nelle dichiarazioni di voto hanno annunciato contrarietà alla risoluzione di maggioranza i sen. Silvana Comaroli (LN), Ferrara (GAL), Uras (SEL), Barbara Lezzi (M5S), Mandelli (FI-PdL). Hanno annunciato voto favorevole i sen. Fravezzi (Aut), Azzollini (NCD-UDC), Susta (PD).

bozza provvisoria non autentica

mercoledì 22 aprile 2015

Il Documento di Economia e finanza 2015

Dal sito della Camera dei Deputati riportiamo le informazioni aggiornate al 16.4.15 sul D,E.F
.Politica economica e manovre finanziarie

Il Documento di Economia e finanza 2015
informazioni aggiornate a giovedì, 16 aprile 2015
Il Documento di Economia e Finanza (DEF) costituisce il principale documento di programmazione della politica economica e di bilancio, che traccia, in una prospettiva di medio-lungo termine, gli impegni, sul piano del consolidamento delle finanze pubbliche, e gli indirizzi, sul versante delle diverse politiche pubbliche, adottati dall'Italia per il rispetto del Patto di Stabilità e Crescita europeo. Il Documento si compone di tre sezioni: Programma di stabilità, Analisi e Tendenze della Finanza pubblica, Programma Nazionale di riforma. Viene presentato alle Camere entro il 10 aprile di ciascun anno, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi sugli obiettivi programmatici di politica economica in tempo utile per l'invio al Consiglio dell'Unione europea e alla Commissione europea, entro il successivo 30 aprile, del Programma di Stabilità e del Programma Nazionale di Riforma contenuti nel DEF.
Per tali finalità il Documento di Economia e Finanza 2015 espone per il periodo 2015-2019 le modalità e la tempistica attraverso le quali l'Italia intende proseguire nel risanamento dei conti pubblici e perseguire gli obiettivi di crescita e le politiche programmate nel Documento, anche sulla base degli indirizzi formulati dall'Unione Europea
+ documentazione sul provvedimento
Il quadro economico e di finanza pubblica
Il DEF 2015 espone l'analisi del quadro macroeconomico italiano relativo all'anno 2014 e le previsioni per l'anno in corso e per il periodo 2016-2019, che riflettono i primi segnali di graduale ripresa dell'economia, nonostante gli elementi d'incertezza che ancora caratterizzano le prospettive di crescita globali.
Con riferimento al 2014, il PIL ha registrato una contrazione dello 0,4 per cento, benché nella seconda metà dell'anno siano emersi i primi segnali di stabilizzazione del quadro economico italiano, che si sono confermati anche nella prima parte del 2015, anno in cui l'economia italiana è entrata in una fase di moderata ripresa.
In considerazione di ciò, il DEF stima per il 2015 una crescita del PIL dello 0,7 per cento per il 2015, che si incrementa negli anni successivi quando, anche per effetto delle politiche programmate dal Governo, tra cui in particolare le riforme strutturali, il Pil è previsto incrementarsi del'1,4 per cento nel 2016, dell'1,5 nel 2017, e rispettivamente dell'1,4 e dell'1,3 negli anni 2018 e 2019. La crescita influirà positivamente anche sul mercato del lavoro, con un incremento medio annuo dell'occupazione lievemente superiore allo 0,7 per cento
Per quanto concerne gli andamenti di finanza pubblica, il 2014 si è chiuso con un deficit (indebitamento netto) pari al 3,0 per cento del Pil, in lieve peggioramento rispetto all'anno precedente, quando si era attestato a 2,9 punti percentuali di Pil.
Le previsioni per il quinquennio 2015-2019 espongono un percorso di progressivo miglioramento dei conti pubblici, dovuto prevalentemente alla crescita economica che si determinerà nel periodo, oltre che agli effetti finanziari dei provvedimenti legislativi approvati nei primi mesi del 2015: l'indebitamento è previsto ridursi al 2,5 nel 2015, all'1,4 nel 2016 ed allo 0,2 nel 2017, per poi passare in territorio positivo (vale a dire divenendo un surplus di bilancio) negli ultimi due anni, rispettivamente per 0,5 e 0,9 punti percentuali di Pil.
Tale percorso viene tuttavia rallentato nel quadro programmatico dei conti pubblici, in quanto il Governo intende destinare parte delle risorse derivanti dai risultati di bilancio al sostegno della crescita. Di conseguenza, avvalendosi dei margini di flessibilità consentiti dalle regole europee per gli Stati che procedono a significative riforme strutturali, sul piano programmatico nel DEF l'indebitamento netto vienepeggiorato di 0,1 punto percentuale di Pil nel 2015 e poi per ciascuno degli anni successivi rispettivamente per 0,4, 0,6, 0,5 e 0,5 punti di Pil. Tale peggioramentocorrisponde ad una azione espansiva di pari valore che, in termini assoluti si sostanzia in 1,6 miliardi nel primo anno, che poi aumentano negli anni successivi, fino a 9,2 miliardi nell'ultimo anno.
Tale scelta conferma comunque il mantenimento dell'obiettivo di medio termine già prefissato nella Nota di Aggiornamento del DEF 2014, in cui si prevede il conseguimento del pareggio strutturale di bilancio nel 2017.

Quanto al debito, infine, dopo una ulteriore crescita nel 2015 che ne porta il livello al 132,5 per cento del Pil, dal 2016 si avvia la fase di discesa, con una prima riduzione di 1,6 punti percentuali rispetto all'anno precedente: la discesa prosegue nel 2017 e nel 2018, rispettivamente per circa 3,5 e 4 punti di Pil, fino a raggiungere il livello del 120 per cento nell'anno terminale del periodo di previsione con una riduzione complessiva nel periodo medesimo di oltre 12 punti percentuali.
Il Programma nazionale di Riforma
Il programma nazionale di riforma (PNR), contenuto nella terza sezione del DEF definisce, in coerenza con il programma di stabilità, gli interventi da adottare per il raggiungimento degli obiettivi nazionali di crescita, produttività, occupazione e sostenibilità delineati dalla nuova Strategia Europa 2020.
Anche in relazione alle raccomandazioni dell'Unione europea di luglio 2014, vertenti sulla sostenibilità delle finanze pubbliche, sistema fiscale, efficienza e qualità della pubblica amministrazione, sistema finanziario, mercato del lavoro, istruzione e formazione, semplificazione e concorrenza e infrastrutture, il PNR compie una ricognizione delle misure adottate ed in itinere, nonché dei nuovi interventi che il Governo intende effettuare.
Gli ambiti principali d'interesse del PNR concernono in particolare le riforme istituzionali (riforma elettorale e riforma costituzionale del bicameralismo e del Titolo V); la pubblica amministrazione e le semplificazioni (delega per la riforma della pubblica amministrazione; agenda per le semplificazioni 2015-2017); il mercato del lavoro e politiche sociali (attuazione del Jobs Act), la giustizia (tra le misure indicate la razionalizzazione del processo civile e misure anticorruzione); il sistema fiscale (attuazione della delega fiscale, riforma della tassazione locale, tax compliance e contrasto all'evasione); la revisione della spesa (recupero dell'efficienza della spesa pubblica e revisione delle tax expenditures); le privatizzazioni (cessione delle partecipazioni di ENEL, Poste italiane, Ferrovie dello Stato, ENAV, Grandi stazioni Spa); le politiche per la concorrenza e la competitività (DDL annuale sulla concorrenza, riforma dei servizi pubblici locali, sostegno all'internazionalizzazione e piano Made in Italy); il settore creditizio (riforma delle banche popolari e delle fondazioni, potenziamento del fondo di garanzia, rafforzamento della strutture patrimoniale delle imprese, misure per i crediti deteriorati, accesso ai finanziamenti non bancari per le imprese); le infrastrutture (piano nazionale dei porti, piano banda ultralarga e riforma del codice degli appalti); l'istruzione (tra le misure indicate la riforma della scuola e il piano nazionale scuola digitale); l'ambiente (Green Act e fiscalità ambientale).

mercoledì 8 aprile 2015

IL CONSIGLIO DEI MINISTRI ESAMINA IL DOCUMENTO DI ECONOMIA E FINANZA

Consiglio dei Ministri n.56



Il Consiglio dei Ministri si è riunito  martedì 7 aprile 2015, alle ore 14.00 a Palazzo Chigi, sotto la presidenza del Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Segretario il ministro per le Riforme e i Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi.

STATO DI ATTUAZIONE DEL PROGRAMMA

In apertura del Consiglio dei Ministri, il Ministro per le Riforme Costituzionali e i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi, ha aggiornato il Governo sullo stato di attuazione del programma.
Rispetto al Consiglio dei Ministri del 3 marzo u.s., vi sono 39 provvedimenti in meno, di cui 23 riferiti al Governo in carica.
Lo stock riferito ai due precedenti Esecutivi, dal 22 febbraio 2014 è sceso da 889 a 316.

DOCUMENTO DI ECONOMIA E FINANZA

Documento di economia e finanza 2015 - DEF, a norma dell’articolo 10 della legge 31 dicembre 2009, n. 196
Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’Economia e delle Finanze, Pietro Carlo Padoan, ha avviato l’esame del Documento di economia e finanza previsto dalla legge di contabilità e finanza pubblica, n.196 del 2009, la cui approvazione è prevista entro il 10 aprile di ogni anno.
Presentazione DEF 
La programmazione economico-finanziaria viene aggiornata alla luce di un quadro macro favorevole all’Italia e all’Eurozona: il prezzo dell’energia ha subito un drastico calo e al tempo stesso il rapporto euro/dollaro è più coerente con i fondamentali delle due aree economiche. Questa seconda componente del quadro macro si è realizzata grazie alla politica di quantitative easing della BCE, resa possibile sia dalla gestione responsabile dei bilanci nazionali dei paesi dell’Unione europea, sia dal nuovo clima maturato durante la presidenza italiana dell’Unione europea.
Dopo un lungo periodo caratterizzato dall’instabilità politico-istituzionale e dall’emergenza finanziaria, il Governo lavora alla politica economica in una prospettiva non più emergenziale e intende cogliere l’opportunità offerta dalla finestra temporale favorevole dando continuità alla propria strategia di medio termine: riduzione delle tasse compensata da risparmi sulla spesa, ripresa degli investimenti, gestione responsabile del bilancio statale, riforme strutturali.
Il Documento di Economia e Finanza 2015 opera quindi in continuità con i principali provvedimenti assunti nei mesi precedenti (il decreto legge 66, la legge di stabilità, l’investment compact) e conferma l’ambizioso programma di riforme che costituisce il segno distintivo del Governo: piena realizzazione del jobs act, riforma della pubblica amministrazione, riforma della legge elettorale e dell’architettura istituzionale, riforma della scuola, adeguamento del settore del credito, revisione della spesa orientata sia alla generazione di risparmi che all’aumento dell’efficacia dei servizi pubblici offerti a cittadini e imprese. Un programma che ha l’obiettivo di migliorare strutturalmente la capacità competitiva del Paese a partire dal capitale umano e dalle infrastrutture.
L’affacciarsi della crescita dopo tre anni di recessione e la realizzazione di riforme lungamente attese consentono di impostare un ciclo della fiducia: il circolo virtuoso che fa risalire la domanda e insieme alla revisione della spesa crea spazio per la riduzione delle tasse e la ripresa degli investimenti pubblici; il risultato sarà un ritmo di crescita più elevato nel 2016 e 2017, il rafforzamento dell’occupazione e quindi della fiducia.
Questa strategia si sviluppa entro il vincolo stringente dovuti all’elevato debito pubblico che grava sulle finanze del paese. Questo vincolo trova manifestazione nelle regole comuni adottate nell’ambito dell’Unione europea, che il Governo italiano rispetta integralmente (vincolo del 3% nel rapporto deficit/PIL, saldo strutturale in evoluzione verso il pareggio, regola del debito). Una strategia che ha consentito finora di consolidare la fiducia dei mercati (con un beneficio consistente nella riduzione del costo del debito) e ha dato la possibilità alle istituzioni europee di mettere in campo una strategia per la flessibilità e per una politica monetaria espansiva.
Le stime di crescita e il programma di finanza pubblica 
Il quadro programmatico contempla una crescita superiore alle precedenti previsioni, grazie alla cancellazione delle tasse contemplate per il 2016 dalle clausole di salvaguardia e nonostante l’impatto negativo dei risparmi sulla spesa:
 
PIL (variazione su anno precedente)2015201620172018
Stime aprile 2015
+0,7%
+1,4%
+1,5%
+1,4%
Stime autunno 2014
+0,6%
+1,0%
+1,3%
+1,4%
 
QUADRO PROGRAMMATICO2015201620172018
DEFICIT NOMINALE / PIL
-2,6%
-1,8%
-0,8%
0
DEFICIT STRUTTURALE / PIL-0,5%-0,4%00
DEBITO PUBBLICO / PIL132,5%130,9%127,4%123,4%
 
QUADRO TENDENZIALE AGGIORNATO2015201620172018
DEFICIT NOMINALE / PIL
-2,5%
-1,4%
-0,2%
+0,5%
DEFICIT STRUTTURALE / PIL-0,5%0+0,5%+0,8%
DEBITO PUBBLICO / PIL132,4%130,3%127,2%123,7%
 
QUADRO PROGRAMMATICO
NOTA AGG. DEF
2015201620172018
DEFICIT NOMINALE / PIL
-2,9%*
-1,8%
-0,8%
-0,2
DEFICIT STRUTTURALE / PIL-0,6%*-0,4%00
DEBITO PUBBLICO / PIL133,4%131,9%128,6%124,6%
(*): Il rapporto deficit/PIL per il 2015 è stato corretto a 2,6% con la legge di stabilità 2015.
Il quadro tendenziale aggiornato consentirebbe di raggiungere il pareggio di bilancio strutturale già nel 2016, tuttavia il Governo ha ritenuto opportuno confermare al 2017 il conseguimento di tale obiettivo così da conferire una natura espansiva alla programmazione per il 2016.
Per il 2016, infatti, il Governo si impegna a cancellare l’aumento delle tasse contemplato dalle clausole di salvaguardia, per un valore corrispondente a 1 punto di PIL. Questo intervento viene effettuato grazie ai risparmi della revisione della spesa e al beneficio che si registra grazie alla crescita maggiore e alla spesa per interessi sul debito inferiore rispetto alle previsioni precedenti.
Il ricorso alla “clausola delle riforme” prevista dalle linee guida sulla flessibilità delle regole europee pubblicate dalla Commissione a gennaio di quest’anno, consente di contenere l’aggiustamento strutturale a 0,1% del PIL rispetto allo 0,5% altrimenti richiesto dalle regole comuni.
Il debito pubblico si stabilizza nel 2015 e comincia il percorso di riduzione a partire dal 2016. Un percorso che libererà il Paese da un grave fardello. La regola del debito viene quindi rispettata e l’obiettivo viene centrato nel 2018.
Il Ministro Padoan ha acquisito un primo consenso da parte del Consiglio dei Ministri sul Documento, il cui coordinamento verrà completato entro la data prevista dalla legge.

LEGGI REGIONALI (omissis)

Il Consiglio dei Ministri è terminato alle ore 15.45.