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sabato 29 dicembre 2012

BRUNETTA : COME TI SMONTO L’AGENDA MONTI – 1

Dai Dossier di freenewsonline,riportiamo la prima parte  a cura di Renato Brunetta

                   COME TI SMONTO L’AGENDA MONTI – 1

 In attesa di sapere se in politica si scenda o si salga, essendo questo
l’avvincente dilemma dietro cui si nascondono riflessioni e suggestioni alte
o profonde (ecco un altro opposto coincidente), e neanche potendo
escludere che in politica si entri o ci si butti, restando inteso che è il
candidarsi l’azione più esposta a interpretazioni diverse, essendo possibile
farlo senza effettivamente farlo, ecco, nel mentre si resta in tale
trepidante attesa, si potrebbe anche dedicarsi a qualche cosa di serio.
Come le 25 pagine firmate da Mario Monti, dedicate al programma
minimalista di “cambiare l’Italia e riformare l’Europa”.
 Lasciamo perdere le discordanze di genere e numero, segnalanti un copia
incolla cui è adusa la letteratura accademica. E rassegniamoci a non
potere proporre una disamina puntuale, il che comporterebbe riprodurre il
testo e commentarlo. Mi limito a 13 punti. Con una sola premessa: a
occhio, potrebbero firmarlo chiunque e potrebbero farselo scrivere tutti.
Basta non essere allergici al banale. Veniamo al merito.
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COME TI SMONTO L’AGENDA MONTI – 1
1. Si apre proponendo che il Parlamento europeo abbia un mandato costituente.
Ottimo: sia il Parlamento a fondare gli Stati Uniti d’Europa. La questione è che
taluni sono contrari, e il Parlamento medesimo ha una claudicante e vernacolare
base democratica. Sicché la mera enunciazione dell’obiettivo lascia il tempo
che trova. Fa tanto “europeista”, ma spiega anche perché tale europeismo è
inutile.
2. All’Europa si devono chiedere politiche di “maggiore crescita”. Tale programma
fa capo alle forze politiche che, in Francia si opposero a Sarkozy e in
Germania si oppongono alla Merkel, farlo proprio dopo avere rivendicato il
merito di avere ristipulato l’accordo con l’asse Merkel-Sarkozy è fantasioso.
3. I tedeschi, del resto, non hanno neanche tutti i torti. Osservano che la riforma
del mercato del lavoro fatta dal governo tecnico italiano, quello che si
supponeva (erroruccio) non dovesse cercare voti, è meno incisiva di quella fatta
dal governo tedesco, che non solo i voti li cercava, come si conviene in ogni
buona democrazia, ma era anche di sinistra. Segno che l’Italia rilutta assai a
mettersi sulla via della competitività.
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COME TI SMONTO L’AGENDA MONTI – 1
4. Chiudendo la pagina internazionale si legge che Monti annette a sé il merito
di avere portato l’Italia ad avere una politica più filoeuropea e più amica
degli americani. La fantasia non ha limiti, ma io ricordo un voto all’Onu che
testimonia il contrario. E vedo che in India siamo rimasti da soli, ricevendo
due militari prigionieri come fossero eroi. Ora che si fa?
5. Spread, è vero: 100 punti base in meno equivalgono a 20 miliardi d’interessi
risparmiati. Ma il problema è: perché, in condizioni sostanzialmente
immutate, prima sale, poi scende, poi risale, quindi ridiscende? Se il tasso
d’interesse deriva da scelte che non sono nazionali la nostra politica è
irrilevante. Ciò è capitato anche a Monti, che se mette le penne del pavone
per lo spread odierno fa torto all’intelligenza sua e nostra.
6. E’ vero: la crescita è possibile solo con la finanza pubblica in ordine. Ma se
tale ordine è cercato non con riforme, non con tagli, ma con aumenti fiscali,
non solo non c’è crescita, ma c’è sicuro suicidio.
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COME TI SMONTO L’AGENDA MONTI – 1
7. Ridurre il debito pubblico al 60% del pil, in 20 anni, è cosa giusta. Ma come? Se,
ancora, la via fosse fiscale ci dissanguiamo prima. Mentre sul fronte delle
dismissioni le 25 pagine sono vuote. Di un vuoto inquietante.
8. Il vuoto c’è anche in campo fiscale, perché promettere meno tasse è da
comizietto domenicale, se non si spiega come (e vale per tutti), mentre supporre
che la differenza possa raccogliersi presso i “grandi patrimoni” è comizietto
ideologico, recessivo, aggressivo e deprimente.
9. Proclamare la “piena digitalizzazione della pubblica amministrazione” è
meritorio, ma il governo Monti ha appena fatto il contrario, posponendo al 2017
la digitalizzazione dei libri di testo, nelle scuole, che si sarebbe potuta fare
subito, avrebbe comportato risparmi e maggiore qualità. Tutto il capitolo
istruzione parla solo di maggiori spese, niente qualità, concorrenza, mercato. Si
dice, per scuola e non solo: avanti la meritocrazia, si premino i migliori. Giusto,
ma non significa un accidente se non si aggiunge: i peggiori e gli inadeguati
fuori. Dalle cattedre e dai banchi. La meritocrazia a senso unico è il nulla.
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COME TI SMONTO L’AGENDA MONTI – 1
10. Sui rifiuti c’è scritto che vanno smaltiti in modo virtuoso, ma non come. Serve un
piano nazionale, servono poteri per imporre, serve l’uso sensato dei soldi. La
Tares, imposta dal governo, va in direzione opposta.
11. Su patrimonio culturale e turismo si dicono le solite menate, ma nulla di concreto.
Serve apertura al mercato, chiamata dei privati, piano dei trasporti, estensione
delle operatività stagionali (in Sicilia si fa il bagno a Natale!), il che comporta
coerenza fiscale e diversa legge sul lavoro.
12. Capisco che anche il professore debba versare il suo obolo alla retorica anticasta, ma quando si legge che l’indennità parlamentare non deve essere
cumulabile con nessuna altra attività, prima ci si chiede cosa dovranno fare gli
scrittori, ma mentre si prova a dare una risposta sorge prepotente un’altra
domanda: e le pensioni (plurale) del professor Monti, già cumulate con
l’indennità? E’ un terreno che non mi piace, ma lui ci si rotola.
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COME TI SMONTO L’AGENDA MONTI – 1
13. Infine, prima di scrivere che “nei mesi scorsi l’Italia s’è data per la
prima volta una disciplina legislativa per la lotta alla corruzione”,
oltre a chiamare un addetto alle virgole, sarà il caso di dotarsi di
senso del ridicolo. Perché una simile castroneria comporta
l’esclusione da qualsiasi esame di diritto, di storia e di logica.
 Con il che non sono affatto prevenuto nei confronti di chi sale e di chi
scende, solo m’induce un certo fastidio chi pensa che tutti gli altri siano
scemi.

venerdì 7 dicembre 2012

L’Italia alla prova della sopravvivenza


  • Le «Considerazioni generali» del 46° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2012
    L’Italia alla prova della sopravvivenza
    Istituzioni politiche e soggetti sociali «separati in casa». Hanno attuato una parallela discontinuità: il governo con il rigore, l’economia e la società con strategie di riposizionamento. Ma non è ancora scattata la magia dello sviluppo fatto da governo e popolo
    Roma, 7 dicembre 2012 – L'Italia alla prova della sopravvivenza. Si chiude un anno in cui è stato centrale il problema della sopravvivenza, che non ha risparmiato nessun soggetto della società, individuale o collettivo, economico o istituzionale. Sono entrati in gioco «fenomeni enormi» (la speculazione internazionale, la crisi dell’euro, l’impotenza dell’apparato europeo, la modifica degli assetti geopolitici internazionali), ci sono piovuti addosso «eventi estremi» (la dinamica dello spread e il pericolo di default) e abbiamo vissuto la «crisi delle sedi della sovranità», esautorate dall’impersonale potere dei mercati (nessuno, in Italia e altrove, è stato in grado di esercitare un’adeguata reattività decisionale). Ci siamo così ritrovati inermi, in una «immunodeficienza tanto inattesa quanto pericolosa», con le preoccupazioni della classe di governo, le drammatizzazioni dei media, le inquietudini popolari.
    Istituzioni politiche e soggetti sociali «separati in casa». Le dinamiche interne hanno visto una «parallela discontinuità». Da un lato, le istituzioni politiche si sono concentrate con rigore sulla fragilità dei conti pubblici e della nostra credibilità finanziaria internazionale, sulla riduzione delle spese, le riforme settoriali, la razionalizzazione dell’apparato pubblico. Dall’altro lato, i soggetti economici e sociali sono rimasti soli con le loro affannose strategie di sopravvivenza, anche scontando sacrifici e restrizioni derivanti dalle politiche di rigore. Questa divaricazione può generare poteri oligarchici, da una parte, e tentazioni di populismo, anche rancoroso, dall’altra.
    Uno scatto di discontinuità politica. Poiché «i tempi si erano fatti cattivi», è servito uno scatto di discontinuità rispetto ai precedenti modelli di comportamento, pubblici e privati, per ricalibrare i pregiudicati rapporti con i partner europei, le autorità comunitarie, i regolatori dei mercati finanziari globali. Ma i soggetti sociali non si sono sentiti coinvolti dall’azione di governo, perché sospettosi che alle strategie tecnico-politiche non seguisse un’adeguata implementazione amministrativa e organizzativa, e perché restavano in attesa di una proposta di percorso comune, più che di richieste di adesione a improbabili cambi di mentalità e di comportamenti. «Non è scattata la magia dello sviluppo fatto da governo e popolo» e il rigore di governo «non ha avuto lo spessore per generare forza psichica collettiva».
    Tre grandi spinte di sopravvivenza: «restanza», differenza, riposizionamento. Proprio nei mesi di più drammatica difficoltà, nel sottofondo della dinamica sociale ha cominciato a vedersi una «autonoma tensione alla solidità». Sono emerse tre grandi spinte di sopravvivenza. La prima è stata il fare perno sulla «restanza» del passato, per riprendere e valorizzare ciò che resta di funzionante del nostro tradizionale modello di sviluppo: il valore dell’impegno personale, la funzione suppletiva della famiglia rispetto ai buchi della copertura del welfare pubblico, la centratura sulla prossimità nella quale si sviluppano le relazioni cruciali, la solidarietà diffusa e l’associazionismo, la valorizzazione del territorio come dimensione strategica di competitività del sistema. La seconda spinta è stata la crescente valorizzazione della differenza e la voglia di personalizzazione: esempi ne sono il politeismo alimentare, con combinazioni soggettive di cibi e anche di luoghi ove acquistarli, senza tabù, neutralizzando ogni passata ortodossia alimentare; la moltiplicazione dei format di vendita, con la forte crescita degli acquisti online, la diffusione di siti web con offerte low cost e di gruppi di acquisto solidale; la personalizzazione dell’impiego dei media, sia per la fruizione dei contenuti di intrattenimento, sia per l’accesso alle fonti di informazione, secondo palinsesti multimediali «fai da te», autogestiti, svincolati dalla rigida programmazione delle grandi emittenti; la miniaturizzazione dei dispositivi tecnologici, la proliferazione delle connessioni mobili, l’esplosione dei social network, grazie ai quali diventano centrali la trascrizione virtuale e la condivisione telematica delle biografie personali. La terza spinta è stata data dai processi di riposizionamento: esempi ne sono il riorientamento dei giovani verso percorsi di formazione tecnico-professionale dalle prospettive di inserimento lavorativo più certe, la rinnovata vitalità di pezzi del tessuto produttivo (le cooperative, le imprese femminili, il settore Ict e le applicazioni Internet, le start-up nell’alta tecnologia e le green technologies), l’espansione della distribuzione organizzata e delle attività di commercio via web, l’aumento delle quote di mercato dell’Italia nelle aree emergenti del mondo grazie a specializzazioni produttive diverse dal tradizionale made in Italy, il cambiamento del modello di internazionalizzazione grazie a un di più di strategia che si è tradotto in un aumento degli investimenti in partecipazioni all’estero.
    Una torsione quasi identitaria per «essere altrimenti». Da una parte, impegnative politiche di vertice volte ad allineare il sistema al rigore predicato e perseguito dalle più influenti sedi di potere europeo. Dall’altra, milioni di persone impegnate a sopravvivere da sole alla crisi, con un’intima tensione a cambiare attraverso processi di riposizionamento. La sfida della sopravvivenza è stata combattuta non solo a difesa di quel che c’era e che avrebbe potuto essere perduto, ma ha comportato anche una «torsione quasi identitaria». In questi mesi non abbiamo solo salvaguardato il nostro «essere», ma anche cercato, più o meno consapevolmente, di «essere altrimenti». Tenere insieme nella nostra dialettica socio-politica le ragioni del rigore istituzionale e la popolare voglia di sopravvivenza sarebbe un significativo passo di crescita della nostra unità nazionale, perché oggi vive nel Paese una serietà collettiva (nelle preoccupazioni come nell’impegno) che era impensabile solo pochi mesi fa e che non va dispersa.
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domenica 22 aprile 2012

Documento di economia e finanze 2012


Documento di economia e finanze 2012

Presentazione

"Il Paese, gli italiani hanno dimostrato in questi mesi una grande vitalità, una capacità di reagire uniti nel segno della responsabilità civile, sociale e istituzionale. Questo è un patrimonio che non deve andare disperso oggi in una congiuntura interna ed internazionale che resta ancora difficile e che chiede di non rallentare l'impegno per voltare pagina e costruire un futuro di crescita e occupazione". Così il presidente del Consiglio, Mario Monti, si è espresso illustrando - nel corso di una conferenza stampa al termine del Consglio dei Ministri - il Documento di Economia e Finanza approvato dal governo nella riunione del 18 aprile 2012.
Il Documento di Economia e Finanza è un passaggio chiave per la definizione della
politica economica nazionale e rappresenta uno strumento per definire una visione di come l’Italia deve evolvere in questo decennio e descrivere, anno dopo anno, un percorso di riforme concrete e verificabili negli anni successivi (Monti nella presentazione al PNR).
Questi i dati:
- nel 2013 l’Italia dovrebbe raggiungere una posizione di bilancio in valore nominale di -0,5% del Prodotto Interno Lordo;
- nel 2013 in termini strutturali verrà raggiunto un surplus pari allo 0,6% del PIL;
- l’avanzo primario (cioè il saldo al netto degli interessi sul debito pubblico) raggiungerà il 5,7% nel 2015, in significativo incremento rispetto allo 1,0% del 2011 e al 3,6% dell’anno in corso;
- il PIL nel 2013 si stima tornerà positivo (+ 0,5%) per accelerare ulteriormente nel biennio successivo (1,0 e 1,2 rispettivamente).
Il contesto
Da dicembre si è registrato un ulteriore deterioramento delle condizioni economiche. Il Governo stima che il PIL nel 2012 si contrarrà di 1,2%.  Tuttavia, si è anche registrata una significativa riduzione dei tassi di interesse. Questo, unitamente alle misure già adottate e trasformate in legge, consente al Governo di confermare sostanzialmente il percorso di risanamento finanziario tracciato nei mesi scorsi. L’azione di riequilibrio finanziario è stata accompagnata dall’adozione di vari provvedimenti di riforma finalizzati a rimuovere i principali vincoli che hanno compresso il potenziale di crescita dell’Italia. In base alle stime del Governo, le riforme dovrebbero aumentare la crescita di 2,4 punti percentuali tra il 2012 e il 2020.
Il pareggio di bilancio è nella Costituzione
Con l’approvazione in via definitiva del disegno di legge costituzionale data dal Senato nella seduta del 17 aprile scorso e che modifica sostanzialmente l’art.81 della costituzione, l’impegno ad introdurre il vincolo del pareggio di bilancio nell’ordinamento è stato rispettato in anticipo rispetto alle scadenze fissate dal Fiscal Compact.

venerdì 23 dicembre 2011

Il decreto "Salva Italia"

Il decreto "Salva Italia"


22 Dicembre 2011



Il decreto legge approvato dal Consiglio dei Ministri del 4 dicembre scorso è stato approvato in via definitiva dal Parlamento ed è diventato legge.



Il provvedimento - rispetto al decreto legge pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale ed in vigore dal 6 dicembre 2011 - è stato approvato con modifiche che entreranno in vigore a seguito della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.









Materiali di approfondimento sulle misure economiche adottate dal Governo

lunedì 1 agosto 2011

Lettera di Napolitano sul decentramento dei Ministeri

Lettera del Presidente della Repubblica al Presidente del Consiglio sul



decentramento delle sedi dei Ministeri sul territorio


"Mi risulta che il Ministro delle riforme per il federalismo e il Ministro per la

semplificazione normativa, con decreti in data 7 giugno 2011 - peraltro non pubblicati

sulla Gazzetta Ufficiale - hanno provveduto a istituire proprie "sedi distaccate di

rappresentanza operativa"; ho appreso altresì che analoghe iniziative verrebbero assunte a

breve anche dal Ministro del turismo e dal Ministro dell'economia e delle finanze

(quest'ultimo titolare di un importante Dicastero, anziché Ministro senza portafoglio come

gli altri tre)." Inizia così la lettera inviata ieri dal Presidente della Repubblica,Giorgio

Napolitano, al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sul tema del decentramento

delle sedi dei Ministeri sul Territorio.

"Come ho già avuto occasione di sottolineare al Sottosegretario di Stato alla Presidenza

del Consiglio dott. Letta - continua il Capo dello Stato - la dislocazione di sedi ministeriali

in ambiti del territorio diversi dalla città di Roma deve tener conto delle disposizioni

contenute nel regio decreto n. 33 del 1871, ancora pienamente vigente, che nell'istituire,

all'articolo 1, Roma quale capitale d'Italia ha altresì previsto che in essa abbiano sede il

Governo ed i Ministeri.

E' altresì noto che la scelta di Roma capitale è stata costituzionalizzata con la riforma del

titolo V della nostra Carta che, con la nuova formulazione dell'articolo 114, terzo comma,

ha da una parte introdotto un bilanciamento con le più ampie funzioni attribuite agli enti

territoriali e dall'altra ha posto un vincolo che coinvolge tutti gli organi costituzionali,

compresi ovviamente il Governo e la Presidenza del Consiglio: vincolo ribadito dalla

legge n. 42 del 2009, che all'art. 24 prevede un primo ordinamento transitorio per Roma

capitale diretto "a garantire il miglior assetto delle funzioni che Roma è chiamata a

svolgere quale sede degli Organi Costituzionali".

Infine, recentemente e sia pure in un contesto non univoco, nel corso dell'esame

parlamentare del d.l. n. 70 del 2011, sono stati discussi e votati diversi ordini del giorno

finalizzati ad escludere ipotesi di delocalizzazione dei Ministeri pur nell'accoglimento,

senza voto, di un o.d.g. (Cicchitto ed altri) di contenuto autorizzatorio.

Quanto al contenuto dei citati decreti istitutivi devo rilevare che i Ministri emananti,

Ministri senza portafoglio, hanno provveduto autonomamente ad istituire sedi distaccate,

rispettivamente, di un Dipartimento e di una Struttura di missione, che costituiscono parte

dell'ordinamento della Presidenza del Consiglio.

Poiché ai fini di una eventuale sua elasticità, il decreto legislativo n. 303 del 1999,

all'articolo 7, attribuisce al Presidente del Consiglio la facoltà di adottare con DPCM le

misure per il miglior esercizio delle sue funzioni istituzionali, ritengo che l'autorizzazione

ad una eventuale diversa allocazione di sedi o strutture operative, e non già di semplice

Poiché ai fini di una eventuale sua elasticità, il decreto legislativo n. 303 del 1999,

all'articolo 7, attribuisce al Presidente del Consiglio la facoltà di adottare con DPCM le

misure per il miglior esercizio delle sue funzioni istituzionali, ritengo che l'autorizzazione

ad una eventuale diversa allocazione di sedi o strutture operative, e non già di semplice

rappresentanza, dovrebbe più correttamente trovare collocazione normativa in un atto

avente tale rango, da sottoporre alla registrazione della Corte dei Conti per i non irrilevanti

profili finanziari, come affermato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 221 del

2002.

Peraltro l'apertura di sedi di mera rappresentanza costituisce scelta organizzativa da

valutarsi in una logica costi-benefici che, in ogni caso, dovrebbe improntarsi, nell'attuale

situazione economico-finanziaria, al più rigido contenimento delle spese e alla massima

efficienza funzionale.

Tutt'altra fattispecie, prevista dalla stessa Costituzione e da numerose leggi attuative, è

quella della esistenza, storicamente consolidata, di uffici periferici (come ad esempio i

Provveditorati agli studi e le Sovraintendenze ai beni culturali e ambientali), che non può

quindi confondersi in alcun modo con lo spostamento di sede dei Ministeri; spostamento

non legittimato né dalla Costituzione che individua in Roma la capitale della Repubblica,

né dalle leggi ordinarie, quale ad esempio l'articolo 17, comma 4-bis, della legge n. 400 del

1988, che consente di intervenire con regolamento ministeriale solo sull'individuazione

degli uffici centrali e periferici e non sullo spostamento di sede dei Ministeri. Inoltre, il

rapporto tra tali uffici periferici e gli enti locali va assicurato sull'intero territorio nazionale

nell'ambito dei già delineati uffici territoriali di Governo.

Va peraltro rilevato che a fronte della scelta, non avente connotati di particolare rilievo

istituzionale, di aprire meri uffici di rappresentanza, non giova alla chiarezza una recente

nota della Presidenza del Consiglio, che inquadra tale iniziativa nell'ambito di "intese già

raggiunte sugli uffici decentrati e di rappresentanza di alcuni ministeri sia al Nord che al

Sud, come già in essere per molti altri ministeri", così preludendo ad ulteriori dispersioni

degli assetti organizzativi dei Ministeri tanto da consentire la prefigurazione, da parte di

esponenti dello stesso Governo, di casuali localizzazioni in vari siti regionali o municipali

delle amministrazioni centrali.

E' necessario ribadire che tale evoluzione confliggerebbe con l'articolo 114 della

Costituzione che dichiara Roma Capitale della Repubblica, nonché con quanto dispongono

le leggi ordinarie attuative già precedentemente citate.

La pur condivisibile intenzione di avvicinare l'amministrazione pubblica ai cittadini,

pertanto, non può spingersi al punto di immaginare una "capitale diffusa" o " reticolare"

disseminata sul territorio nazionale, in completa obliterazione della menzionata natura di

Capitale della città di Roma, sede del Governo della Repubblica.

Ho ritenuto doveroso, onorevole Presidente, prospettarle queste riflessioni di carattere

istituzionale - conclude il Presidente Napolitano - al fine di evitare equivoci e atti specifici

che chiamano in causa la mia responsabilità quale rappresentante dell'unità nazionale e

garante di princìpi e precetti sanciti dalla Costituzione".

Capitale della città di Roma, sede del Governo della Repubblica.

Ho ritenuto doveroso, onorevole Presidente, prospettarle queste riflessioni di carattere

istituzionale - conclude il Presidente Napolitano - al fine di evitare equivoci e atti specifici

che chiamano in causa la mia responsabilità quale rappresentante dell'unità nazionale e

garante di princìpi e precetti sanciti dalla Costituzione".