mercoledì 12 maggio 2010

Napolitano a Marsala per il 150° dei Mille

Genova, 05/05/2010


Intervento del Presidente Napolitano in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario


della partenza dei Mille

Non è per caso, e non è solo per ragioni di cronologia storica che l'itinerario delle visite ai

"Luoghi della memoria" per il centocinquantenario dell'Unità d'Italia parte dalla spiaggia e

dallo scoglio di Quarto a Genova. In effetti, fu qui che il 5 maggio del 1860 prese avvio,

con la spedizione dei Mille, la fase conclusiva del lungo percorso del movimento per

l'Unità, che sarebbe culminata nella proclamazione, il 17 marzo 1861, di Vittorio

Emanuele II Re d'Italia, nella nascita cioè dello Stato unitario.

Si aggiunga che se si ripercorrono gli eventi sfociati nella decisiva scelta dell'impresa

garibaldina per la liberazione della Sicilia e del Mezzogiorno, è possibile cogliere le

componenti e gli intrecci essenziali del moto unitario, i suoi tratti originali e i motivi del

suo successo. L'Unità d'Italia fu perseguita e conseguita attraverso la confluenza di diverse

visioni, strategie e tattiche, la combinazione di trame diplomatiche, iniziative politiche e

azioni militari, l'intreccio di componenti moderate e componenti democraticorivoluzionarie.

Fu davvero una combinazione prodigiosa, che risultò vincente perché più

forte delle tensioni anche aspre che l'attraversarono.

Le tensioni non mancarono anche alla vigilia della decisione di salpare da Quarto per la

Sicilia : non mancarono in Garibaldi i dubbi sulle possibilità di riuscita dell'impresa ; non

mancarono le preoccupazioni e le riserve di Cavour per una spedizione guidata da

Garibaldi, i cui svolgimenti e le cui ricadute potessero sfuggire al controllo politico e

diplomatico del massimo stratega del processo unitario. Pesarono, e non poco, diffidenze e

rivalità personali nel cui giuoco era ben presente anche Vittorio Emanuele. Al fondo, era

in questione, o così sembrava, l'egemonia, l'impronta - moderata o democratica - del

movimento per l'Unità e della costruzione del nuovo Stato che ne sarebbe scaturito. Ma su

tutto prevalsero le ragioni dettate dallo sviluppo degli avvenimenti, gli imperativi del

processo storico, con cui tutti i protagonisti della causa italiana dovettero fare i conti.

La Seconda Guerra d'Indipendenza si era conclusa con una vittoria, costata un pesante

tributo di sangue anche alle forze del Regno sardo ; la scelta dell'alleanza con Napoleone

III si era rivelata obbligata e feconda, anche se comportò il duro sacrificio della cessione

alla Francia di Nizza e della Savoia ; attaccato per questo sacrificio, Cavour poté

comprensibilmente vantare per la sua politica "l'averci condotto" - disse - "in così breve

tempo a Milano, a Firenze e a Bologna".

In effetti, con l'annessione della Lombardia, dell'Emilia e della Toscana, il regno sabaudo

superò gli 11 milioni di abitanti, divenendo un non più trascurabile Regno centrosettentrionale.

Ma questo, come ha scritto un grande storico, Rosario Romeo, restava

"troppo lontano dall'ideale, non solo mazziniano, di un'Italia unita, che fosse opera

soprattutto degli italiani stessi". Si erano peraltro esauriti, con i risultati ottenuti, i margini

dell'iniziativa politica e diplomatica e delle alleanze di guerra fino allora sperimentate. Lo

disse chiaramente nel luglio 1859 l'accordo di Villafranca tra Napoleone III e l'Imperatore

Ma questo, come ha scritto un grande storico, Rosario Romeo, restava

"troppo lontano dall'ideale, non solo mazziniano, di un'Italia unita, che fosse opera

soprattutto degli italiani stessi". Si erano peraltro esauriti, con i risultati ottenuti, i margini

dell'iniziativa politica e diplomatica e delle alleanze di guerra fino allora sperimentate. Lo

disse chiaramente nel luglio 1859 l'accordo di Villafranca tra Napoleone III e l'Imperatore

Francesco Giuseppe, che prospettava per l'Italia la soluzione mortificante di una

Confederazione di tutti gli Stati esistenti sotto la presidenza onoraria del Pontefice. A

Cavour non restò che rassegnare le dimissioni. Spettava ormai "alle forze democratiche e

rivoluzionarie" - è sempre il giudizio del nostro maggiore storico di quegli eventi -

"imprimere una nuova spinta in avanti al processo unitario". Era venuto il momento di

Garibaldi.

D'altronde, già in vista della II Guerra d'Indipendenza, Garibaldi era stato richiesto da

Cavour di reclutare volontari che sarebbero stati chiamati a far parte del corpo dei

"Cacciatori delle Alpi" e avrebbero dato un contributo decisivo alla vittoria contro gli

austriaci in Lombardia. Al di là di ogni sospetto e circospezione nei confronti di Garibaldi,

Cavour non dubitava - così si espresse - che egli fosse una "delle maggiori forze di cui

l'Italia potesse valersi". Se non si voleva rinunciare al compimento, in Sicilia e nel

Mezzogiorno, dell'unificazione nazionale, e non si voleva dare per chiusa la questione

romana - e nessuno dei diversi protagonisti poteva volerlo - anche le incognite di una

spedizione in Sicilia guidata da Garibaldi andavano accettate, sia pure con prudenza.

D'altra parte, le aspettative per ulteriori sviluppi del movimento per l'Unità d'Italia erano

cresciute e crescevano in tutte le regioni non ancora liberate. E una spinta decisiva venne -

mentre a Genova affluivano i volontari - dai moti rivoluzionari scoppiati a Palermo e nel

palermitano nell'aprile 1860. Il moto unitario cresceva dal basso, scaturiva dal seno della

società civile e non solo dai disegni di ristretti vertici politici. Ne dava la misura il

fenomeno del volontariato, stimolato e coordinato dalla Società nazionale creata nel 1857,

e incanalato dapprima verso il Piemonte in vista della guerra contro l'Austria.

Senza l'apporto del volontariato non sarebbe stata concepibile la spedizione dei Mille.

Esso rifletteva il diffondersi di quel sentimento di italianità che poi affratellò gli imbarcati

sulle due navi dirette in Sicilia - Piemonte e Lombardo. Erano in realtà anche più di mille,

in grande maggioranza lombardi, veneti, liguri : nelle sue famose e sempre fascinose

"Noterelle", Abba dice di udire a bordo "tutti i dialetti dell'Alta Italia", e parla di "Veneti,

giovani belli e di maniere signorili", di Genovesi e Lombardi, "gente colta all'aspetto, ai

modi e anche ai discorsi". Insomma, italiani che si sentivano italiani e che accorrevano là

dove altri italiani andavano sorretti nella lotta per liberarsi e ricongiungersi in un'Italia

finalmente unificata.

Si indulge forse alla retorica rievocando questi e altri aspetti e momenti dell'epopea dei

Mille, o rendendo omaggio alla capacità di attrazione e di guida, al coraggio e alla perizia

di condottiero, insomma alla straordinaria figura di Garibaldi, incomprensibilmente

oggetto ancora di grossolane denigrazioni da parte di nuovi detrattori? Bisogna intendersi.

Retorica sarebbe una rappresentazione acritica del processo unitario, che ne lasci in ombra

contraddizioni e insufficienze per esaltarne solo la dimensione ideale e le prove di

Mille, o rendendo omaggio alla capacità di attrazione e di guida, al coraggio e alla perizia

di condottiero, insomma alla straordinaria figura di Garibaldi, incomprensibilmente

oggetto ancora di grossolane denigrazioni da parte di nuovi detrattori? Bisogna intendersi.

Retorica sarebbe una rappresentazione acritica del processo unitario, che ne lasci in ombra

contraddizioni e insufficienze per esaltarne solo la dimensione ideale e le prove di

sacrificio ed eroismo ; e ancor più lo sarebbe una rappresentazione acritica dei traguardi

raggiunti 150 anni fa e da allora ad oggi.

Ma non è questa la strada che stiamo seguendo - il governo, il Parlamento, le istituzioni

regionali e locali, il mondo della cultura - per celebrare il centocinquantesimo anniversario

della fondazione dello Stato unitario : è giusto ricordare i vizi d'origine e gli alti e bassi di

quella costruzione, mettere a fuoco le incompiutezze dell'unificazione italiana e

innanzitutto la più grave tra esse che resta quella del mancato superamento del divario tra

Nord e Sud ; è giusto quindi anche riportare in luce filoni di pensiero e progetti che

restarono sacrificati nella dialettica del processo unitario e nella configurazione del nuovo

Stato.

Non è però retorica il reagire a tesi storicamente infondate, come quelle tendenti ad

avvalorare ipotesi di unificazione solo parziale dell'Italia, abbandonando il Sud al suo

destino, ipotesi che mai furono abbracciate da alcuna delle forze motrici e delle personalità

rappresentative del movimento per l'Unità. E tanto meno è retorica il recuperare motivi di

fierezza e di orgoglio nazionale : ne abbiamo bisogno, ci è necessaria questa più matura

consapevolezza storica comune, anche per affrontare con accresciuta fiducia le sfide che

attendono e già mettono alla prova il nostro paese, per tenere con dignità il nostro posto in

un mondo che è cambiato e che cambia. Ne hanno bisogno anche i ragazzi delle Forze

Armate che portano la nostra bandiera, rischiando la vita, in impervi teatri di crisi.

Perciò tutte le iniziative che il ministro Bondi ha richiamato come sobrio programma per il

150° - iniziative di carattere culturale, di più larga risonanza emotiva e popolare, di

particolare valenza educativa e comunicativa - non sono tempo perso e denaro sprecato,

ma fanno tutt'uno con l'impegno a lavorare per la soluzione dei problemi oggi aperti

dinanzi a noi : perché quest'impegno si nutre di un più forte senso dell'Italia e dell'essere

italiani, di un rinnovato senso della missione per il futuro della nazione. Ieri volemmo

farla una e indivisibile, come recita la nostra Costituzione, oggi vogliamo far rivivere nella

memoria e nella coscienza del paese le ragioni di quell'unità e indivisibilità come fonte di

coesione sociale, come base essenziale di ogni avanzamento tanto del Nord quanto del

Sud in un sempre più arduo contesto mondiale. Così, anche nel celebrare il 150°,

guardiamo avanti, traendo dalle nostre radici fresca linfa per rinnovare tutto quel che c'è da

rinnovare nella società e nello Stato.

Ieri e oggi ho reso egualmente omaggio alla Genova di Mazzini e di Garibaldi, e alla

Genova dei giorni nostri, esempio di un nuovo risorgimento scientifico e produttivo, di un

nuovo slancio creativo e laborioso.

Deve quindi guidarci più che mai anche in queste celebrazioni un forte spirito unitario :

esse non possono essere rivolte in polemica con nessuna parte politica né formare oggetto

di polemica pregiudiziale da parte di nessuna parte politica. C'è spazio per tutti i punti di

Genova dei giorni nostri, esempio di un nuovo risorgimento scientifico e produttivo, di un

nuovo slancio creativo e laborioso.

Deve quindi guidarci più che mai anche in queste celebrazioni un forte spirito unitario :

esse non possono essere rivolte in polemica con nessuna parte politica né formare oggetto

di polemica pregiudiziale da parte di nessuna parte politica. C'è spazio per tutti i punti di

vista e per tutti i contributi. Onoriamo così i patrioti, gli eroi e i caduti dei Mille che

salparono da Genova in questo giorno 5 di maggio di 150 anni orsono.
 
Giorgio Napolitano
Dal Sito della Presidenza della Repubblica
 
 
 

Napolitano apre le celebrazioni per l'unità d'Italia

"Le celebrazioni del 150° siano l'occasione per un clima nuovo nel



rapporto tra le diverse realtà del Paese"

"Siano le celebrazioni del 150° del nostro Stato nazionale, l'occasione per determinare un

clima nuovo nel rapporto tra le diverse realtà del paese, nel modo in cui ciascuna guarda

alle altre, con l'obbiettivo supremo di una rinnovata e più salda unità. Unità che è, siamone

certi, la sola garanzia per il nostro comune futuro". Lo ha affermato il Presidente della

Repubblica Giorgio Napolitano a Marsala nel discorso celebrativo del 150° anniversario

dello sbarco del Mille.

"Oggi - ha detto il Presidente Napolitano - siamo qui per rievocare il ruolo della Sicilia nel

compimento del processo di unificazione nazionale. Senza la Sicilia e il Mezzogiorno non

si sarebbe certo potuto considerare compiuto quel processo, non si sarebbe potuto far

nascere uno Stato che rappresentasse pienamente la nazione italiana e che si ponesse, in

pieno Ottocento, tra i maggiori Stati europei".

Il Capo dello Stato ha ricordato che "le celebrazioni del 150° anniversario della

fondazione del nostro Stato nazionale offrono l'occasione per mettere in luce gli apporti

della Sicilia e del Mezzogiorno a una storia comune e ad una comune cultura, che

affondano le loro radici in un passato plurisecolare, ben precedente lo sviluppo del

processo di unificazione statuale della nazione italiana. Di quel patrimonio, culminato

nelle conquiste del 1860-1861, possiamo come meridionali essere fieri: non c'è spazio, a

questo proposito, per pregiudizi e luoghi comuni che purtroppo ancora o nuovamente

circolano, nell'ignoranza di quel che il Mezzogiorno, dando il meglio di sé, ha dato

all'Italia in momenti storici essenziali".

Il Presidente ha poi rilevato che "in un bilancio critico del lungo periodo che ha seguito

l'unificazione d'Italia, non si coltivino nel Mezzogiorno rappresentazioni semplicistiche

delle difficoltà che esso ha incontrato, dei prezzi che ha pagato, per errori e storture delle

politiche dello Stato nazionale nella fase della sua formazione e del suo consolidamento.

Il ripescare le vecchissime tesi (perché vecchissime sono) - come qualche volta si sente

fare - di un Mezzogiorno ricco, economicamente avanzato a metà '800, che con l'Unità

sarebbe stato bloccato e spinto indietro sulla via del progresso, non è degno di un

approccio serio alla riflessione storica pur necessaria. E non vale nemmeno la pena di

commentare tendenze, che per la verità non si ha coraggio di formulare apertamente, a un

nostalgico idoleggiamento del Regno borbonico".

"Si può considerare solo penoso - ha affermato - che da qualunque parte, nel Sud o nel

Nord, si balbettino giudizi liquidatori sul conseguimento dell'Unità, negando il salto di

qualità che l'Italia tutta, unendosi, fece verso l'ingresso a vele spiegate nell'Europa

moderna. Mentre chi si prova a immaginare o prospettare una nuova frammentazione dello

Stato nazionale, attraverso secessioni o separazioni comunque concepite, coltiva un

autentico salto nel buio. Nel buio, intendo dire, di un mondo globalizzato, che richiede

coesione degli Stati nazionali europei entro un'Unione più fortemente integrata e non

qualità che l'Italia tutta, unendosi, fece verso l'ingresso a vele spiegate nell'Europa

moderna. Mentre chi si prova a immaginare o prospettare una nuova frammentazione dello

Stato nazionale, attraverso secessioni o separazioni comunque concepite, coltiva un

autentico salto nel buio. Nel buio, intendo dire, di un mondo globalizzato, che richiede

coesione degli Stati nazionali europei entro un'Unione più fortemente integrata e non

macroregioni allo sbando. Lasciamo scherzare con queste cose qualche spregiudicato

giornale straniero".

"Non è la prima volta che lo dico - ha affermato il Presidente Napolitano - e sento il

bisogno di ripeterlo; le critiche che è legittimo muovere in modo argomentato e costruttivo

agli indirizzi della politica nazionale, per scarsa sensibilità o aderenza ai bisogni della

Sicilia e del Mezzogiorno, non possono essere accompagnate da reticenze e silenzi su quel

che va corretto, anche profondamente, qui nel Mezzogiorno, sia nella gestione dei poteri

regionali e locali e nel funzionamento delle amministrazioni pubbliche, sia negli

atteggiamenti del settore privato, sia nei comportamenti collettivi. E parlo di correzioni

essenziali anche al fine di debellare la piaga mortale della criminalità organizzata che è

diventata una vera e propria palla di piombo al piede della vita civile e dello sviluppo del

Mezzogiorno".

"Nello stesso tempo - ha concluso il suo intervento il Presidente della Repubblica - si deve

chiedere a tutte le forze responsabili che operano nel Nord e lo rappresentano, di riflettere

fino in fondo su un dato cruciale : l'Italia deve nel prossimo avvenire crescere di più e

meglio, ma può riuscirvi solo se crescerà tutta, se crescerà insieme, solo se si metteranno a

frutto le risorse finora sottoimpiegate, le potenzialità, le energie delle regioni meridionali".

Successivamente il Capo dello Stato si è recato a Salemi dove ha inaugurato il restaurato

Palazzo Municipale e visitato i Musei del Risorgimento e della Mafia, e la Mostra del FAI

"Paesaggi d'Italia".

Ultima tappa del viaggio in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia è

stata Calatafimi dove il Presidente Napolitano ha deposto una corona al Sacrario di Pianto

Romano e scoperto una targa in ricordo dei garibaldini che persero la vita nella battaglia

del 15 maggio 1860 alla presenza dei sindaci delle città di provenienza dei caduti.
 
Dal sito della Presidenza della Repubblica

giovedì 6 maggio 2010

MAURO: Cambiare i regolamenti parlamentari europei

“Le istituzioni si comportino come un uomo solo, siano cioè complici di una visione di Europa che non solo agisca nell’interesse nazionale, ma che sia capace di servire i bisogni del nostro paese” .

Lo ha affermato  il Presidente dei deputati del Popolo della Libertà al Parlamento europeo intervenendo alla Camera al seminario sui rapporti tra l’Italia e l’Unione europea dopo il Trattato di Lisbona, “Serve la modifica dei regolamenti parlamentari, perché in questo processo decisionale un solo giorno perso può essere esiziale, e in questo contesto può essere importante non solo per guadagno di tempo, ma per l’apporto di una tipologia di contributo che sia capace di dettare al progetto europeo nel suo complesso per esempio una reale interpretazione del termine sussidiarietà nei trattati, per esempio una reale interpretazione della valutazione di alcuni grandi progetti. Chi l’ha detto che secondo i trattati oggi non si possono fare gli eurobond? I regolamenti possono contribuire a questo e possono contribuire a metterci nelle condizioni di farci giocare e vincere una partita che è nell’interesse di 530 milioni di persone”.

martedì 4 maggio 2010

Scajola si dimette per meglio difendersi

SCAJOLA: Mi dimetto perchè per esercitare l'arte nobile della politica non ci devono essere sospetti

"Un ministro non puo’ sospettare di abitare in un’abitazione in parte pagata da altri". Con queste parole il ministro dello Sviluppo, Claudio Scajola, ha spiegato le motivazioni che lo hanno indotto ad annunciare le sue dimissioni.

"Sono convinto di essere estraneo alla vicenda. Ma se dovessi acclarare che la mia abitazione fosse stata in parte pagata da altri senza saperne il motivo, il tornaconto e l’interesse, i miei legali eserciteranno le azioni necessarie per l’annullamento del contratto di compravendita. Ma per esercitare l’arte nobile della politica non ci devono essere sospetti, le mie dimissioni permetteranno al governo di andare avanti con l’importante lavoro da svolgere per il Paese al quale fino ad oggi anch’io ho contribuito".

"Sto vivendo da dieci giorni una situazione di grande sofferenza. Sono al centro di una campagna mediatica senza precedenti, sull’inchiesta giudiziaria nella quale non sono indagato mi ritrovo la notte e la mattina a seguire le rassegne stampa sulle tv per capire di cosa di parla. Ho imparato nella mia vita che la politica da’ sofferenze, ma ho anche imparato che le sofferenze sono compensate dalle soddisfazioni. So che tutti i cittadini nella loro vita hanno grandi sofferenze e non voglio pensare, anzi nessuno pensa, che solo io sto soffrendo. Certo e’ che mi trovo quotidianamente esposto a ricostruzioni giornalistiche di cui non conosco il contenuto e che sono contraddittorie tra loro. In questa situazione che non auguro a nessuno, io mi devo difendere. Per difendermi non posso continuare a fare il ministro come ho fatto in questi due anni. Credo che su questo anche voi siate buoni testimoni".

"Ho avuto in questi giorni attestati di stima dal presidente del Consiglio Berlusconi al quale sono legato da un affetto profondo, da lui ricambiato. Ho avuto attestati di stima da tutti i colleghi di governo, dall’intera maggioranza, da tutto il Pdl, ma voglio riconoscere anche un atteggiamento responsabile e istituzionale da parte delle stesse opposizioni"

STRACQUADANIO: E' chi accusa Scajola a dover fornire chiarimenti
"Nessuno dice una cosa molto piu’ semplice e che - in uno Stato di diritto sarebbe naturale - suonerebbe come ’i magistrati devono chiarire’, visto che l’onere della prova spetta all’accusa, i procedimenti penali non si svolgono sui giornali e finora abbiamo letto solo parole di un imputato che accusa e di persone - le venditrici dell’appartamento - che devono giustificare un movimento di assegni a loro favore segnalato all’antiriciclaggio".

Lo afferma in un editoriale pubblicato sul Predellino, il deputato del Pdl Giorgio Stracquadanio intervenendo sul caso Scajola :

"Abbiamo letto fino ad oggi la seguente ricostruzione del giro del denaro: 1. il presunto corruttore si procaccia da fondi a sua disposizione all’estero una provvista di 900mila euro in contanti. Operazione non facile, ma possibile; 2. a questo punto, invece di passarli direttamente al presunto corrotto (magari in una scatola di scarpe o di stivali) cosa fa? Va in banca e li trasforma in 80 assegni di piccolo importo (e questo perche’ il piccolo importo non sarebbe segnalato secondo quanto prescrivono e norme antiriciclaggio); 3. il presunto corrotto, a quel punto, riceve gli 80 assegni e li passa al venditore dell’immobile "in nero", cioe’ non registrando nel rogito immobiliare la somma: nell’atto del notaio, infatti, compare solo l’importo (610mila euro) ottenuto con il mutuo immobiliare erogato dalla banca; notate che gli assegni sarebbero consegnati in nero, ma tutto questo accadrebbe di fronte al notaio e a tutti i comparenti all’atto, compreso probabilmente il funzionario di banca che sottoscrive il contratto di mutuo. Se le cose fossero cosi’ ci troveremmo di fronte a un gruppo di completi dementi che comprende tutti: il presunto corruttore, il presunto corrotto e acquirente, le venditrici, il notaio, le banche". Stracquadanio conclude affermando: "Prendiamo pure per buona l’idea che il ministro Scajola (e chi lo difende) siano dei poco di buono, dei corrotti. Ma se e’ cosi’ non si puo’ essere talmente deficienti, talmente coglioni da compiere una serie di atti illogici e autolesionisti. Perche’ se uno e’ cosi’ coglione, non puo’ fare favori a nessuno, nemmeno favori cosi’ importanti che meritino 900mila euro di ringraziamento!".

NAPOLI: Contro Scajola mestano nel torbido

"La parola di Anemone contro quella di Zampolini. Dalla Procura della Repubblica di Perugia arrivano spifferi e soffiate di un’inchiesta che, manco a dirlo, continua a svolgersi in diretta, o in differita di appena 24 ore, sui giornali. Copione gia’ tristemente noto".

Lo ha affermato il vicepresidente dei deputati del Pdl Osvaldo Napoli, che ha osservato:

"Tutto accade mentre neanche un battito di ciglio viene dagli inquirenti, l’opposizione si chiede per quale misteriosa ragione o in omaggio a quale fedelta’ che non sia quella alla propria coscienza, il ministro Claudio Scajola dovrebbe presentarsi in Parlamento? Per negare le accuse di Zampolini e farsi scudo delle parole dei legali di Anemone?. Al ministro Scajola rinnovo la mia amicizia e la mia solidarieta’, convinto come sono della sua totale estraneita’ alle ’voci’ che circolano visto che non c’e’ nessuna notizia di reato a suo carico. Da Perugia arriva il solito cattivo odore di bruciato. Sono in troppi ormai a mestare nel torbido."

lunedì 3 maggio 2010

CEI :L'unità nazionale: memoria condivisa, futuro da condividere

Dal sito della CEI riportiamo e segnaliamo il seminario di  studio dal titolo
L'unità nazionale: memoria condivisa, futuro da condividere

Si è aperto con il saluto di S.Em.za Card. Angelo Bagnasco il 3 maggio a Genova, presso la Sala Quadrivium (piazza Santa Marta, 2) il Seminario di studio in preparazione alla XLVI Settimana Sociale dei Cattolici Italiani di Reggio Calabria (14-17 ottobre 2010) dal titolo: "L'unità nazionale: memoria condivisa futuro da condividere". L’incontro è promosso dal Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici italiani, ed è stato introdotto da S.E. Mons. Arrigo Miglio, Vescovo di Ivrea e Presidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici italiani.

“L’iniziativa di Genova è maturata dall’incontro di due percorsi – spiegano gli organizzatori -: da un lato la preparazione della XLVI Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, dall’altro l’approssimarsi del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Mentre maturava l’idea che, tanto per il recente cammino ecclesiale centrato sulla speranza cristiana e sul richiamo alla responsabilità per il bene comune, l’appuntamento dell’Ottobre 2010 doveva avere a tema l’impegno concreto dei cattolici italiani nel reagire alle difficoltà di questi ultimi anni e quello ad immaginare e perseguire un futuro per la comunità nazionale, diveniva evidente che proprio questo sforzo esprimeva bene la partecipazione dei credenti e della Chiesa al confronto civile che doveva preparare e qualificare l’anniversario ormai prossimo”. Al Seminario di studio interverrà Gianpaolo Romanato, professore di Storia contemporanea all’università di Padova su “La questione cattolica nell'Italia che cambia” mentre “Una Costituzione vitale. Un contributo esemplare di cattolici al bene comune” è il titolo dell’intervento del Prof. Giuseppe Dalla Torre, Rettore della Lumsa. Modererà il dibattito il Dott. Edoardo Patriarca, Segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle settimane sociali. Il momento di studio si concluderà con l’intervento di Padre Mauro De Gioia, Responsabile diocesano per il progetto culturale di Genova, e con il Prof. Luca Diotallevi, Vice presidente del Comitato scientifico e organizzatore delle settimane sociali. Il seminario di studio vedrà la presenza di S.E. Mons. Mariano Crociata, Segretario Generale della CEI e dei presidenti delle conferenze episcopali regionali a significare anche visibilmente l’unità del Paese attraverso la singola ricchezza dei diversi contesti regionali.

La Lega e l'Unità d'Italia

BONDI: Calderoli non si è dissociato dalle celebrazioni dei 150 anni dell'unita' d'Italia

"Il ministro Calderoli non si e’ affatto dissociato dalle celebrazioni per i 150 anni dell’unita’ d’Italia." Lo ha affermato in una intervista al Corriere della Sera, il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi.

"Calderoli ha detto una cosa diversa: ha sostenuto che il modo migliore di ricordare l’Unita’ d’Italia e’ quello di realizzare il federalismo. Anzi, ha detto che il federalismo corona l’unita’ italiana. Non c’e’ stato, dunque, alcun accento irridente ne’ tantomeno di dissociazione rispetto a questa celebrazione e neppure nei confronti del valore dell’unita’ nazionale. Per molti aspetti condivido questo modo di celebrare il centocinquantesimo anniversario della nostra unita’ nazionale: non in modo retorico ma sobrio, e avendo cura di rivalutare e di valorizzare anche le tradizioni federaliste, vive nel nostro Risorgimento, nella cornice dell’unita’ nazionale. Sono convinto che proprio sul modo di intendere la realizzazione del federalismo nell’ambito della riaffermazione del valore dell’Unita’ d’Italia registriamo una piena concordanza nella maggioranza e con la Lega. Il federalismo non e’ una bandiera solo della Lega, ma e’ iscritto nei nostri valori e nei nostri programmi di governo fin dal primo congresso di Forza italia del 1998".

La Russa: Con me l'unica destra

"Rispetto chi ha deciso di fare altro, noi siamo la destra. Dentro il Pdl": Ignazio La Russa parla così mentre tiene a battesimo 'La nostra destra nel Pdl', non una corrente, spiega, ma un convegno al quale ha partecipato "tutta la ex An che crede nel progetto del Pdl e ci sta orgogliosamente dentro". "La nostra è la destra del presente. E con tutto il rispetto, è difficile assimilare le posizioni di Gianfranco ad altre esperienze europee", afferma il ministro della Difesa in un'intervista a 'Libero'. Dico di più. Onestamente le posizioni di Fini, di FareFuturo, del Secolo d'Italia... Sì insomma, stento a chiamarla destra". La Russa, uno dei tre coordinatori del Pdl, ammette: "Sono quattro anni che mi arrampico sugli specchi per provare a coprire le differenze tra le posizioni di Gianfranco e quelle del partito", ma "oggi non sono più obbligato a rincorrere Gianfranco per tenere unita An.

Rimango fedele all'identità, quella della nostra destra, e al progetto del partito unico".

BONDI A FINI: I sondaggi servono a soddisfare le esigenze dei cittadini
"Non vi e’ alcun dubbio che l’onorevole Fini proponga, legittimamente, una tesi sul valore da attribuire alle rilevazioni demoscopiche e ai compiti dei leader politici che si avvicina molto a una superata concezione dei partiti". Lo ha dichiarato in una nota il nostro coordinatore nazionale Sandro Bondi, commentando le ultime dichiarazioni del presidente della Camera Gianfranco Fini su politica e sondaggi.

"Cercare di capire cio’ che pensano i cittadini attraverso metodi scientifici non significa assecondare le tendenze irrazionali o informi del popolo, ma rappresenta il modo migliore e piu’ efficace per interpretarne e soddisfarne le esigenze e le speranze, per mezzo di una politica e un’azione di governo al servizio degli interessi dei cittadini. Viceversa, una politica che pretenda di guidare e di illuminare dall’alto i cittadini, di ottenerne una delega in bianco, considerandoli di fatto al pari della sinistra incapaci da soli di decidere il meglio, ha gia’ rivelato la propria astrattezza o peggio ancora la propria natura anti popolare".