venerdì 3 settembre 2010

BONDI: Fini ha il piede in due scarpe. Si dimetta.

BONDI: Fini ha il piede in due


Ministro Sandro Bondi, dopo l’annuncio della mozione sui cinque punti il quadro politico è mutato?

«È significativo che da alcuni collaboratori di Fini e persino dal Pd si siano alzate euforiche e baldanzose grida di battaglia elettorale».

Come lo spiega?

«È davvero incredibile la schizofrenica incoerenza del Pd che in pochi giorni è passato dal “no” indignato all’ipotesi elezioni a un dichiarato entusiasmo per le urne».

Cosa c’è dietro?

«Forse il progetto di un governo tecnico. Una santa alleanza auspicata da Casini, Franceschini e Vendola: ultimo atto di una politica disperata che teme il verdetto del popolo. Giusto che stiano insieme per combattere l’ultima battaglia a difesa dei propri interessi di casta».

Dopo i primi commenti positivi alla bozza anche i finiani sono tornati a tuonare. Perché?

«Se la legislatura è giunta a questo bivio lo si deve unicamente al comportamento irrazionale e incomprensibile assunto da circa un anno da Fini».

Ha capito perché?

«I nostri elettori non sanno spiegarsi il perché della sua strategia del logoramento, specie dopo l’ottima prova offerta dal governo in questi due anni, tormentati da una crisi economica che non ha precedenti e dopo i successi ottenuti in tutte le prove elettorali».
Lei come se lo spiega?

«Il comportamento di Fini è stato ed è incomprensibile: è intervenuto quasi quotidianamente con critiche immotivate nei confronti del Pdl, dell’azione di governo e persino del presidente del Consiglio».

Ma ha anche posto temi politici.

«Non contenuti nel programma di governo e in netta dissonanza rispetto ai volori del Pdl. Tutto ciò utilizzando come cassa di risonanza mediatica il ruolo di presidente della Camera che imporrebbe, al contrario, un profilo di imparzialità e di prudenza».

Da qui la sfiducia?

«Certo. Culminata con una approfondita e sofferta discussione dell’ufficio di presidenza, approvata con 33 voti a favore e 3 contrari».

Insomma, Fini si dovrebbe dimettere?

«Le sue dimissioni, oggi, sono ancora più necessarie».

Oggi perché è scoppiato l’affaire Montecarlo?

«Certo la vicenda di Montecarlo, sollevata dapprima in perfetta solitudine dal Giornale, diventa sempre più imbarazzante in assenza di chiarimenti convincenti da parte di Fini. Ma...».

Ma?

«Le ragioni obiettive, di natura politica istituzionale e morale sono altre: venne designato presidente della Camera da una maggioranza che non rappresenta più, essendosi impegnato a dividerla».


Insomma, dovrebbe fare come Pertini?

«Non credo Fini abbia questa sensibilità politica e istituzionale. Ma c’è un’altra ragione per cui dovrebbe dimettersi».



Ossia?

«Non c’è un altro caso nella storia della nostra Repubblica in cui il presidente della Camera è nello stesso tempo leader di un gruppo parlamentare e di un nascente partito politico».

E' un’incompatibilità così forte?

«Se vivessimo in un paese normale e non ammorbato dalla partigianeria e dalla disonestà politica anche l’opposizione dovrebbe denunciare questo pericoloso connubio. Un’incompatibilità che emergerà sempre più chiaramente man mano che Fini dovrà tenere il piede più nella scarpa del partito che in quella di presidente della Camera».

Quando dovrebbe dimettersi?

«Prima lo farà meglio è. Sia per il Paese che per la piena agilità politica dello stesso Fini».

I rapporti con i finiani saranno sempre più tesi?

«Comprendiamo e rispettiamo il sentimento di lealtà personale verso Fini che molti ex An hanno mantenuto aderendo al nuovo gruppo parlamentare».


Le cosiddette “colombe”?

«Sì e siamo certi che questi stessi parlamentari avvertono un identico dovere di lealtà nei confronti dei nostri elettori e nei confronti del presidente Berlusconi».

Le truppa finiana è destinata ad assottigliarsi?

«Sono convinto che con il passare del tempo la maggioranza dei parlamentari che hanno manifestato un debito di lealtà personale nei confronti di Fini si preoccuperà di mantenere un rapporto di lealtà con il popolo di centrodestra e con Berlusconi».

Bocchino propone un nuovo governo retto da finiani, Rutelli, Casini e delusi del Pd. Soltanto una provocazione?

«Le continue esternazioni dell’onorevole Bocchino, tanto supponenti quanto provocatorie, confermano che fin dall’inizio l’obiettivo di Fini era quello di giungere alla liquidazione di Berlusconi».ll’inizio quando?

«Ha aderito per opportunismo e per debolezza al Pdl. Ricordiamo quello che disse alla vigilia del predellino?».



Sì: «Siamo alle comiche finali».

«In seguito ha perseguito consapevolmente la crisi del governo e la divisione del partito senza alcuna considerazione per gli interessi del Paese. Non dimentichiamo, poi, che già in occasione della campagna elettorale del 2006, Fini disse che la leadership di Berlusconi era finita, contribuendo così alla sconfitta elettorale».



Quella per un soffio?

«Esatto. Ma anche allora Fini non aveva previsto che Berlusconi da solo e nell’irrisione di molti, avrebbe messo in crisi il governo Prodi. E da solo vinse le ultime elezioni. Senza Berlusconi, Fini non sarebbe mai diventato né ministro degli Esteri né presidente della Camera».

Bocchino sostiene anche che per Berlusconi un nuovo governo sarebbe l’unica via d’uscita al «logoramento». È così?

«Bocchino è come quelle persone che appiccano il fuoco e poi intervengono per primi per spegnerlo. Figura molto nota nel Meridione. E si addice perfettamente alla sua levatura politica».

Esiste un asse Tremonti-Bossi?

«Esiste un rapporto molto stretto tra la Lega e Tremonti che ha avuto finora una funzione positiva. Non bisogna mai dimenticare, tuttavia, che il garante dell’evoluzione positiva della Lega, in un quadro di responsabilità di governo e di modernizzazione del Paese, resta il Presidente Berlusconi. Bossi questo lo sa, perché è un politico avveduto e serio».
Sempre Bocchino sostiene che a volere le elezioni sono loro: entrambi motivati a scalzare il premier. Vero?

«Bocchino è un seminatore di zizzanie. La verità è che la coppia Fini-Bocchino vuole prendere tempo per assemblare un’armata brancaleone: un governo tecnico per estromettere Berlusconi mentre, proprio a causa del loro comportamento, Lega e Pdl non escludono le elezioni, che comunque vedrebbero la riconferma di Berlusconi e di un governo delle riforme, questa volta senza l’intralcio di Fini e di Bocchino».


Nessuno «scudo» finiano alla trappola Bossi-Tremonti?

«Ripeto: Fini e Bocchino hanno determinato la crisi per ragioni personali. Berlusconi non ha bisogno di scudi. Il suo scudo sono il popolo e le libere elezioni democratiche, che i politici levantini di ogni risma, interessati al mantenimento delle loro poltrone, temono come la peste».



Intervista a Il Giornale, 24 agosto 2010

FESTA NAZIONALE DEL PDL: Milano, 23 settembre -3 ottobre

La Festa nazionale del Popolo della Libertà avrà luogo a Milano, presso il Castello Sforzesco, dal 23 settembre al 3 ottobre.

Le realizzazioni del governo e il modo in cui sta mantenendo fede al programma elettorale saranno il motivo conduttore della festa: dal federalismo alla sicurezza, dalle riforme alla lotta contro l’immigrazione clandestina, dalle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia alle politiche per la difesa del lavoro, per le imprese, per la famiglia, ministri, esponenti del PDL e rappresentanti delle parti sociali si alterneranno a dialogare con i cittadini nei dodici giorni della manifestazione, che sarà chiusa dall’intervento di Silvio Berlusconi.

Spettacoli di qualità allieteranno le serate delle festa, assieme all’intervista in esclusiva di un ministro del governo Berlusconi.

La festa sarà trasmessa on line nel sito nazionale del PDL.

RIFLESSIONE: Il voto è la forza della democrazia

I due articoli firmati da Piero Ostellino sul Corriere della Sera il 18 e il 23 agosto in difesa della sovranità popolare, che non può essere aggirata o addirittura capovolta dagli eletti dal popolo – “che ne hanno solo l’esercizio” –, non solo confermano in modo lucido la tesi espressa dal premier Silvio Berlusconi, secondo il quale, se cambia la maggioranza scelta dagli elettori nel 2008, la parola deve tornare al popolo, ma obbligano l’intera classe politica, inclusi i suoi vertici istituzionali, a prendere atto che il compromesso – o pasticcio – che portò alla Costituzione del 1947 ha ormai manifestato tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni per cui è necessario intervenire e fissare le regole di una vera democrazia liberale.

La discussione tra “Costituzione formale” e “Costituzione materiale” è alimentata soprattutto dai giornali antiberlusconiani che, nella difesa del formalismo costituzionale, cercano semplicemente di “tirare per la giacca”, e dalla loro parte, il presidente Napolitano. Ma è una discussione oziosa. Infatti la Costituzione è un documento politico, che fotografa il rapporto tra le forze che la formulano e l’approvano. Come tale: o si adegua all’evoluzione politica (detta materiale o sostanziale) o si strappa. Non è mai accaduto che una Costituzione formale sia riuscita a lungo a imbrigliare questa evoluzione.

In Inghilterra non esiste una Costituzione scritta, ma una serie di leggi che, di volta in volta, hanno adeguato il sistema politico (formale) alla realtà sostanziale. Negli Stati Uniti, la Costituzione è periodicamente integrata da “emendamenti” che hanno lo scopo di tenere il più vicino possibile le istituzioni alla volontà popolare.

La Costituzione italiana del 1947 era fondata sul potere dei partiti organizzati in un modo che non esiste più da quasi diciotto anni. Il sistema politico è cambiato ed è mutata la legge elettorale. Le elezioni del 2008 si sono svolte all’insegna del bipolarismo e dell’alternanza, e hanno dato un risultato chiaro. Ha vinto una coalizione di forze che – prima del voto – aveva concordato un programma e aveva indicato chi avrebbe assunto il compito di realizzarlo come capo del Governo. Con tanto di nome scritto sulla scheda. Gli elettori hanno scelto una specifica maggioranza, sapendo chi, con il loro voto, avrebbero mandato a Palazzo Chigi e con il sostegno di quali forze politiche.

Il fatto che queste innovazioni siano state introdotte con legge ordinaria e non costituzionale non ne indebolisce il significato e i riflessi sul sistema istituzionale poiché è la stessa Costituzione a demandare alla legge ordinaria la definizione del sistema e della legge elettorale.

La sovranità si manifesta con atti di volontà, e un tale atto può anche essere la delega. Per questo è vero che la sovranità popolare è rispettata anche quando ai parlamentari eletti è concesso di fare o disfare i governi dando loro la fiducia o togliendogliela, come nella Prima Repubblica. Ma la legge elettorale, specificando il concetto di sovranità popolare, ha introdotto la manifestazione diretta volontà (già presente nell’istituto referendario) in ordine alla designazione, da parte degli elettori, della maggioranza e del premier che deve guidare il governo che ne è emanazione. Degli effetti della legge elettorale tutti devono tenere conto.

Non è possibile fermarsi al principio della “sovranità popolare” e invocare quello dei parlamentari eletti “senza vincolo di mandato” poiché, fingendo di salvare il parlamentarismo, si giustifica l’assemblearismo, ovvero il potere assoluto “elitario, oligarchico, trasformista e autoritario” (Ostellino) dei rappresentanti che escludono il popolo.

Per respingere questa interpretazione, fondata su una lettura rigida della “lettera” della Costituzione, che per di più non tiene conto della legge elettorale, basta riflettere sul fatto che i candidati parlamentari entrano in lista – e per questo adempiono alcuni atti formali – sapendo in anticipo di far parte di una precisa proposta politica. Con la legge elettorale in vigore, i candidati non solo chiedono la legittimazione democratica, ma si impegnano a svolgere una specifica politica, quella del partito o della coalizione sotto le cui bandiere si presentano.

Per questo motivo Silvio Berlusconi, proponendo una verifica della maggioranza su un nucleo programmatico essenziale di cinque punti, afferma che solo gli elettori possono cambiare la maggioranza che hanno espresso mentre sarebbe uno stravolgimento della sovranità/volontà popolare qualsiasi tentativo di proporre un governo fondato su una maggioranza parlamentare diversa da quella espressa, e quindi voluta, dagli elettori.

PdL

RIFLESSIONE: Processo breve, processo sicuro

Chi contesta il varo del cosiddetto "processo breve" dimentica che l’Italia è da tempo nel mirino dell’Europa a causa dei processi troppo lenti e che è incorsa in un ultimatum del Consiglio d’Europa che ci ha dato tempo fino al 2009 per varare le riforme necessarie ad abbreviare la durata dei procedimenti civili e penali, e fino a giugno 2010 per i processi civili e penali. Siamo dunque già fuori tempo massimo.

“Nei tribunali italiani - si legge in una nota di Strasburgo - sono pendenti cinque milioni e mezzo di procedimenti civili e oltre tre milioni di processi penali”. I ministri del Consiglio d’Europa ci hanno sollecitato ad adottare misure legislative ad hoc per accelerare i procedimenti e abbreviare la durata dei processi, anche nel settore amministrativo. Nel 2008 sono state 82 le sentenze contro l’Italia, delle quali 51 proprio per la lentezza dei processi. E al 31 dicembre 2008 pendevano presso la Corte Europea 4.200 casi riguardanti l’Italia, cioè il 4,3 per cento del totale.

Di questi, 2.600 riguardano la durata eccessiva dei processi, materia per la quale l’Italia ha riportato 999 condanne negli ultimi dieci anni. E’ in questa situazione che la maggioranza ha presentato la proposta di legge sul "processo breve", approvato per ora solo dal Senato. Un ddl che ha il merito di dare un termine certo alla durata del processo penale in Italia e di diminuire drasticamente gli effetti della legge Pinto, che attribuisce il sacrosanto diritto ai cittadini di chiedere allo Stato un risarcimento del danno quando il processo penale dura irragionevolmente.
Secondo l’Anm sarebbero "oltre 100mila" i processi che cadrebbero in prescrizione se venisse approvata la norma del "processo breve". Una vera e propria "amnistia mascherata", insomma. Eppure, una "amnistia mascherata" è già in corso, in barba all’obbligatorietà dell’azione penale e al principio della giusta durata del processo, e nessuno tra quanti oggi gridano allo scandalo per il provvedimento allo studio del Parlamento sembra avervi dedicato particolari iniziative.

Dai dati del Ministero della Giustizia risulta infatti che nel solo 2007 i provvedimenti di estinzione di uno o più reati per prescrizione sono stati 156.842. Di questi, ben 118.919 (il 75,8 per cento) sono maturati in fase di indagini preliminari, e alla fine adottati con decreto di archiviazione (113.869) o con una sentenza di non luogo a procedere (5.050) da parte del gip, dunque senza alcun esercizio dell’azione penale da parte dei pubblici ministeri. Ciò significa che si tratta di prescrizioni per i tre quarti delle iniziative penali nate e cresciute negli uffici dei pm, senza che cominciasse alcun processo. Dal 2002 al 2007, inoltre, circa 850 mila prescrizioni sono state decise per decreto di archiviazione. Ciò significa che decine di migliaia di vittime di reati non hanno trovato giustizia e altrettanti colpevoli non sono stati perseguiti.

Al confronto, l’uno per cento dei procedimenti che secondo il ministro Alfano cadrebbero in prescrizione a causa del "processo breve" è una goccia nel mare.

CAPEZZONE: Le critiche di ANM sul processo breve sono surreali

"Premesso che resta inspiegabile l’anomalia tutta italiana di un’Anm che pretende di dettare a Governo e Parlamento tempi e contenuti degli atti normativi, quasi fosse un partito politico, c’e’ anche una considerazione di merito che va fatta, e che rende letteralmente surreali le critiche dell’Anm e di alcuni politici al ministro Alfano e al processo breve".

Lo ha affermato in una nota, il portavoce del Pdl Daniele Capezzone. "Dunque, se passassero le norme sul processo breve, per i reati meno gravi (sotto i 10 anni di pena) i tre gradi di giudizio dovrebbero comunque durare sei anni e mezzo circa; per i reati piu’ gravi (sopra i 10 anni di pena), sette anni e mezzo; per i reati di terrorismo e mafia, infine, la durata dei tre gradi sarebbe di ben 10 anni prorogabili di un terzo. Come si vede, si tratta di tempi che solo in Italia si puo’ avere il coraggio di definire ’brevi’. Si tratterebbe certamente, per merito del Governo Berlusconi, di un primo atto di civilta’, a fronte di una durata che resterebbe comunque ancora troppo lunga rispetto ai migliori standard occidentali. Allora (vale per l’Anm e per alcuni politici) dire che sono pochi sei anni e mezzo, sette anni e mezzo, o addirittura piu’ di dieci anni per un processo, significa essere totalmente scollegati dalla realta’, e non comprendere che proprio la questione dei tempi inaccettabilmente lenti della giustizia incide sulla carne viva di milioni di italiani".

LA RIFLESSIONE: leggi elettorali a confronto

Ma è proprio vero che i sistemi elettorali stranieri sono migliori di quello attualmente vigente in Italia? E questo sistema è poi così diverso dai modelli che da varie parti vengono evocati e proposti?

Per risponde a queste domande, bisogna partire da un punto fermo e chiaro: si vota, in ogni parte del mondo, per dare un Governo al Paese, non per il gusto di eleggere una schiera più o meno nutrita di parlamentari. Perciò una legge elettorale è tanto più rispondente alle sue finalità quanto più consente di ottenere facilmente questo risultato.


La strada più semplice è quella di fare eleggere direttamente il Capo dell’Esecutivo: è il caso dei sistemi presidenziali, come quello americano e, sostanzialmente, francese. Che però hanno un contrappeso nel Parlamento, che può risultare appannaggio della parte che non ha eletto il presidente. Si arriva allora a una forma di coabitazione.



Nel caso degli Stati Uniti, il presidente deve contrattare ogni legge con il Congresso; nel caso della Francia, il presidente deve coesistere con un primo ministro dell’opposizione. È già successo più volte in entrambi i Paesi e il sistema ha tenuto perché, in ogni caso, ha recepito e registrato la volontà popolare, che ovviamente, nel tempo e nelle circostanze, può mutare.



Diversa e un po’ più complicata è la strada dei sistemi parlamentari nei quali il Governo deve avere la fiducia del Parlamento. Appartengono a questo gruppo il Regno Unito, la Germania, la Spagna, il Giappone e l’Italia. In questo caso la legge elettorale svolge un ruolo decisivo.



Nel Regno Unito, il sistema maggioritario uninominale secco consente di eleggere un deputato in ogni collegio: tutti i voti del candidato o dei candidati sconfitti vengono perduti. Normalmente un singolo partito ottiene la maggioranza assoluta: non è accaduto nelle ultime elezioni e così è nato un governo di coalizione tra due partiti che hanno siglato un patto di legislatura, impegnandosi a realizzare un programma contrattato e condiviso. Spetta al Primo ministro decidere quando tenere le elezioni, entro il limite massimo di cinque anni. Di fatto, non è tanto il Parlamento a dare e mantenere la fiducia quanto il partito cui appartiene il Premier. Per cui il sistema britannico è parlamentare ma a “partito dominante”.



In Germania il sistema elettorale è proporzionale con sbarramento del 5%. A lungo dominato da due maggiori partiti con un terzo (i liberali) che si spostava ora da una parte e ora dall’altra, da diverso tempo il panorama politico tedesco si è fissato su cinque partiti (due maggiori e tre medi). La stabilità è garantita, ove un partito non abbia la maggioranza assoluta o l’alleanza di governo non sia solida, dal meccanismo del “voto di sfiducia costruttivo”. Perché un governo possa essere rovesciato, occorre che sia stata formata prima una nuova maggioranza.



In Spagna il sistema è proporzionale, ma l’alto numero dei collegi – conseguentemente piccoli e con pochi seggi in palio – lo trasforma in un sistema quasi maggioritario in ogni singolo collegio per cui a beneficiarne, in sede nazionale, sono i due partiti maggiori (ciascuno dei quali intorno al 40%), mentre in sede locale ottengono seggi i partiti fortemente radicati in un territorio limitato.



In Giappone il sistema, da maggioritario, di cui beneficiava largamente il dominante Partito liberaldemocratico anche a causa del modo in cui erano disegnati i collegi elettorali, si è trasformato in misto: parte maggioritario e parte proporzionale. Con la conseguenza che la durata dei governi di coalizione si è ridotta. Ma a decidere, come nel Regno Unito, sono i partiti, che decidono il premier o lo costringono alle dimissioni.



Il sistema elettorale italiano consente la formazione di una maggioranza parlamentare certa alla Camera, grazie al premio di maggioranza alla coalizione vincente, ma non elimina il rischio al Senato per il diverso radicamento dei partiti sul territorio in quanto il premio di maggioranza viene attribuito su base regionale. È questo un aspetto che dipende dal fatto che la riforma del sistema elettorale non è stata accompagnata da una riforma del sistema istituzionale. Il risultato dipende quindi dalla credibilità delle coalizioni contrapposte. La vittoria di Prodi nel 2006, alla testa di una coalizione arcobaleno, era indebolita da questa realtà, non dal sistema elettorale. La vittoria del centrodestra nel 2008 ha invece dimostrato che questo sistema elettorale può adempiere pienamente al suo obiettivo: dare al Paese un Governo stabile.

BRAMBILLA: Generazione Italia tenta di giustificare le contestazione dei tanti militanti dell'ex An

BRAMBILLA: Generazione Italia tenta di giustificare le contestazione dei tanti militanti dell'ex An

Michela Vittoria Brambilla, Ministro del Turismo, ha reagito all’illazione avanzata da Generazione Italia di essere dietro la contestazione manovrata a Gianfranco Fini alla festa tricolore di Mirabello e, in a una nota, ha annunciato di aver gia’ incaricato i suoi legali di procedere nelle sedi opportune.

"Apprendo dalle agenzie di stampa di evidenti tentativi di diffamazione nei miei confronti, volti a screditare il mio operato istituzionale, da parte di anonimi esponenti di Generazione Italia". "Quanto apparso in data odierna sul sito dell’associazione ricondurrebbe alla mia persona -prosegue Brambilla- azioni che mi sono totalmente estranee, dimostrando una volta di piu’ come vi siano esponenti politici senza scrupoli che, pur militando nel Popolo della Liberta’, non esitano a cercare di screditare l’operato del Presidente del Consiglio e dei suoi Ministri. Pertanto, ho gia’ dato mandato ai miei legali di procedere nei confronti di chi ha formulato tali contenuti diffamatori e di chi eventualmente ne dara’ diffusione. Invito gli esponenti finiani a voler finalmente abbandonare la logica del contrasto e del boicottaggio nei confronti di questo Governo e di una maggioranza della quale loro stessi fanno parte". "Tutti noi eletti nel Popolo della Liberta’ abbiamo stretto un patto con gli elettori che e’ imprescindibile e che deve essere rispettato. E non fa certo parte del programma sottoscritto il continuare con simili meschini attacchi che testimoniano solo la pochezza e la scarsita’ di contenuti politici di chi li compie. Quanto accaduto oggi mi pare, semmai, un palese tentativo di mettere le mani avanti, creando un alibi con il quale giustificare le contestazioni che, evidentemente, gli esponenti finiani si aspettano di ricevere a Mirabello da parte dei tanti militanti dell’ex An che ben si sono guardati dal seguire le loro posizioni. Per quanto mi riguarda mi sento di rassicurarli: l’appuntamento di Mirabello non e’ nella mia agenda".

SONDAGGIO PIEPOLI: Elezioni: vince Berlusconi

Che cosa accadrebbe se si andasse alle urne con tre poli (Pdl-Lega, Fini-Casini-Rutelli e Pd-Idv-Vendola)? Secondo quanto spiega Nicola Piepoli ad Affaritaliani.it, in base alle sue ricerche e ai sondaggi, la vittoria sarebbe certa per Silvio Berlusconi e Umberto Bossi.

"Il Popolo della liberta’ e la Lega Nord avrebbero il premio di maggioranza alla Camera dei deputati e otterrebbero una percentuale pari al 46 per cento. Ma il centrodestra conquisterebbe anche la maggioranza a Palazzo Madama, dato che la numerica di Regioni a favore di Pdl e Carroccio sarebbe sufficiente". Piepoli stima "tra 170 e 180 i senatori" dell’alleanza Cavaliere-Senatur in caso di elezioni politiche in autunno.

Ecco che cosa accadrebbe con il premio di maggioranza su base regionale al Senato. "Il centrodestra vincerebbe in tutto il Nord Italia - compreso il Piemonte - salvo in Trentino Alto Adige e in Liguria".

Secondo Piepoli "il Pdl prevarrebbe poi in Sardegna, grazie anche all’apporto marginale ma importante della Lega, in Calabria, in Molise e in Campania.

Il Centrosinistra vincerebbe in Puglia, in Basilicata, in Toscana, in Umbria, nelle Marche e in Emilia Romagna. Il problema del centrosinistra e’ che non c’e’ una forza propulsiva. L’unico e’ Vendola, che pero’ a livello nazionale vale il tre per cento circa e deve fare ancora molta strada".

Difficile fare una previsione sul terzo polo centrista. "Ma se Fini, Casini e Rutelli riuscissero a convincere Montezemolo, la Confindustria, la Fiat e leader noti che hanno un seguito, allora potrebbero arrivare anche al 20 per cento. Ma si tratta di un’impresa che appartiene all’area dell’impossibilita’".