venerdì 7 dicembre 2012

Brunetta: Legge di stabilità e poi voto a marzo Alcuni passaggi dell'intervento a Tgcom


Brunetta: Legge di stabilità e 

poi voto a marzo

Alcuni passaggi dell'intervento a Tgcom

BRUNETTA DICHIARAZIONE X INCISIVA
"Voto a marzo dopo la legge di stabilità? Penso di sì perché la legge di stabilità l’abbiamo riscritta noi visto che quella del governo non era buona. Abbiamo finalmente detto basta al governo Monti.

Dopo 13 mesi la nostra economia e’ sul baratro. Riforme sbagliate come quella delle pensioni che ci costa 10 miliardi con il problema degli esodati. Un anno fa eravamo nel piano della speculazione contro il nostro debito sovrano, di questa si e’ avvantaggiata l’opposizione. Non potevamo fare altro che appoggiare un governo tecnico che svelasse questo. Il risultato é invece che Monti ha obbedito alla pistola puntata della Merkel con una manovra spaventosamente recessiva. Il risultato é un milione di disoccupati in più. Io conosco Monti da trent’anni, è senatore a vita e non credo che possa avere altre velleità politiche a patto che non venga chiamato. Sinceramente non è tra le mie priorità il destino del professor Monti". 

Alfano alla Camera: Conclusa l'esperienza del governo Monti


Alfano alla Camera: Conclusa

 l'esperienza del governo Monti

Il discorso del segretario politico del Pdl alla Camera

Angelino Alfano
Signor Presidente, onorevoli colleghi,
apprendiamo oggi con una certa sorpresa che la notizia di oggi è che è morta la speranza dell’onorevole Bersani e dei colleghi di sinistra in un centrodestra migliore e più forte. Non ci eravamo mai accorti che avessero coltivato questa speranza. Hanno piuttosto coltivato la speranza di abbattere in tutti i modi un’area politica che è stata, e siamo convinti rimarrà, maggioranza in questo Paese.

Ecco perché noi vorremmo dire con grande chiarezza che quando l’onorevole Bersani dice che la nostra campagna elettorale sarà fatta con slogan, con concetti di «no tasse», «no Europa», «no regole», «no comunisti», l’unica cosa che azzecca è «no comunisti». Lo diremo non perché crediamo che mangino i bambini, ma perché crediamo che facciano sbagliare la riforma del mercato del lavoro, che non firmino l’accordo sulla produttività (Applausi dei deputati del gruppo popolo della Libertà), che non mandino avanti la libera intrapresa, che immaginino un quadro di regole che siano contro il lavoro e le imprese. Non loro, gli effetti tralatici della loro cultura.

E adesso veniamo alla ragione che ci porta a fare questi interventi qui. La ragione è una, ed è questa: vedete, 13 mesi fa questo Governo nacque perché le cose andassero meglio. Dopo 13 mesi le cose vanno peggio. Non abbiamo bisogno di troppi argomenti. Noi abbiamo agevolato, acconsentito, voluto la nascita di questo Governo ed il Presidente Berlusconi, che non era stato sfiduciato da quest’Aula e non aveva perso le elezioni, ha detto di sì alla nascita di un Governo, nella speranza che nel nostro Paese le cose andassero meglio. Ed oggi che siamo qui a dire che consideriamo conclusa l’esperienza di questo Governo, vogliamo dare atto al Presidente Monti che nulla del nostro giudizio ha che fare con la rispettabilità della sua persona, con il decoro con cui ha servito e serve le istituzioni repubblicane, con la lealtà con cui ha condotto il rapporto con le forze politiche e con la nostra in particolare.

Nel momento anche del giudizio negativo nei confronti di questo Governo, noi abbiamo il dovere di dire agli italiani perché pensiamo che le cose vadano peggio. Pensiamo che le cose vadano peggio perché il debito pubblico è peggiorato, perché non abbiamo visto nessuna strategia di sviluppo, perché il PIL è diminuito, perché la produzione industriale è diminuita, perché i consumi sono in picchiata, perché l’inflazione è cresciuta, perché la disoccupazione è cresciuta, perché le tasse sono aumentate, perché la produzione nel settore delle costruzioni è crollata, perché è crollata la compravendita degli immobili e perché sono stati compiuti alcuni errori.

Noi crediamo anche che gli errori principali di questo Governo li ha fatti compiere il Partito Democratico. Mi riferisco più specificamente alla riforma del mercato del lavoro che anche nel momento in cui il Partito Democratico aveva dato un’apertura ... Calma, calma!La cosa che intendo ribadire è che sulla riforma del mercato del lavoro, quando anche il Partito Democratico aveva dato una disponibilità ad una riforma che fosse veramente tale, il Partito Democratico si è piegato ai diktat della CGIL, che a sua volta ha subito i diktat della FIOM.

Questa è la verità di questi mesi, e noi vogliamo evitare che questa sia la verità per i prossimi anni, cioè un Governo a trazione economica della CGIL e questo è il motivo per cui noi diremo queste cose con grande chiarezza. Vedete, noi abbiamo notato come alcune cose in questi mesi non siano andate bene. L’epilogo è stato il voto sbagliato, sbagliatissimo, dell’Italia all’ONU sullo Stato di Palestina che ha riorientato la politica estera italiana in una direzione che non è quella che ha fatto bene all’Italia in questi anni. Noi lo consideriamo un errore e lo ascriviamo, anche in questo caso, al cattivo condizionamento della sinistra nei confronti di questo Governo. Anche in materia di giustizia, noi abbiamo fatto un patto con le forze politiche che sostenevano questo Governo, che fosse approvata la legge contro la corruzione, che portava la mia prima firma come Ministro della giustizia e che era stata proposta dal Governo Berlusconi. Quel disegno di legge è stato approvato e quell’impegno è stato onorato.


Ieri è stato approvato il decreto attuativo di quel disegno di legge e noi salutiamo con favore quell’approvazione, ma riscontriamo che il Governo non ha avuto la forza, forse, di mantenere gli altri due impegni e cioè una seria regolamentazione dell’abuso delle intercettazioni e l’approvazione della responsabilità civile dei magistrati che sono l’unico corpo istituzionale di questo Paese che ha diritto a sbagliare senza rispondere dell’errore. Noi vorremmo che il Governo impiegasse le ultime settimane che ha davanti per adempiere all’impegno assunto anche con noi. Noi vorremmo che gli impegni in materia di giustizia fossero mantenuti. Così come - lo dico con il sorriso e con altrettanta chiarezza all’onorevole Casini e all’onorevole Bersani che hanno abusato dell’espressione irresponsabilità o irresponsabili - noi non ci faremo attaccare addosso la lettera scarlatta della «i» di irresponsabili.


Sapete perché non ce la faremo attaccare addosso? Perché noi non siamo stati e non siamo degli irresponsabili. Semplicemente non crediamo che responsabilità faccia rima con cecità e non crediamo che il rispetto delle istituzioni coincida con il dispetto alla realtà delle cose. Noi ieri non abbiamo votato la sfiducia perché votare la sfiducia avrebbe forse causato per il nostro Paese l’abisso dell’esercizio provvisorio. Noi ieri non abbiamo votato la sfiducia perché vogliamo concludere ordinatamente questa legislatura. Noi non abbiamo votato la sfiducia perché consideriamo conclusa l’esperienza del Governo Monti ma non vogliamo mandare le istituzioni e il Paese a scatafascio. Questo è il nostro senso di responsabilità, come è stato responsabile da parte nostra votare provvedimenti che, in buona misura, non abbiamo condiviso perché siamo stati persone di parola e abbiamo votato «sì» anche quando non abbiamo pienamente condiviso, perché era stato il nostro impegno quello di sostenere questo Governo.


A questo gesto e a questa scelta noi abbiamo pagato un conto salato anche con il nostro elettorato, un elettorato al quale noi ci rivolgeremo dicendo esattamente ciò che pensiamo. Pensiamo di credere nell’Europa, e pensiamo che però credere nell’Europa non significhi dire sempre di «sì» alla Germania e alla Francia. Noi crediamo che le tasse vadano pagate ed è il motivo per cui abbiamo combattuto contro l’evasione raddoppiando, dal 2008 al 2011, l’incasso della lotta all’evasione, ma siamo contro le violenze nella esazione e siamo per rivedere i poteri di Equitalia. Noi crediamo che le tasse vadano pagate ma che, al pari del debito pubblico e al pari della spesa pubblica, siano troppo alte e dunque vadano diminuite unitamente al debito pubblico e alla spesa pubblica. Dire questo è dire esattamente ciò in cui abbiamo sempre creduto.


Vedete, abbiamo capito su che cosa farete la campagna elettorale, la campagna elettorale sarà fatta spiegando che ci sono protagonisti della vita politica italiana recentemente precipitati qui da Marte che non hanno svolto ruoli nelle istituzioni e che devono spiegare a noi che cos’è la responsabilità di Governo.


Noi sappiamo cos’è la fatica del Governo e lo diciamo anche al Presidente Monti, ma non accettiamo, onorevole Bersani, che voi facciate i marziani. Voi avete governato questo Paese per otto anni dall’avvio della seconda Repubblica, governate le città, governate i comuni e non vi consentiremo di sottrarvi alle vostre responsabilità. E, in conclusione, vi dico una cosa, che è la cosa su cui noi ci impegneremo da qui alla conclusione della legislatura e poi in campagna elettorale; glielo dico con una certa fermezza e con una certa solennità dal nostro punto di vista: noi non faremo riscrivere da voi la nostra storia. Noi non consentiremo che siate voi a scrivere la nostra storia anche perché, quando scrivete la storia, amate usare il bianchetto per le cose che vi convengono e l’evidenziatore per quelle che non vi convengono. Noi ci siamo, restiamo in campo e combatteremo un’altra partita per vincere in questo Paese e dare ai moderati italiani una prospettiva che sia alternativa a quella vostra.

L’Italia alla prova della sopravvivenza


  • Le «Considerazioni generali» del 46° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2012
    L’Italia alla prova della sopravvivenza
    Istituzioni politiche e soggetti sociali «separati in casa». Hanno attuato una parallela discontinuità: il governo con il rigore, l’economia e la società con strategie di riposizionamento. Ma non è ancora scattata la magia dello sviluppo fatto da governo e popolo
    Roma, 7 dicembre 2012 – L'Italia alla prova della sopravvivenza. Si chiude un anno in cui è stato centrale il problema della sopravvivenza, che non ha risparmiato nessun soggetto della società, individuale o collettivo, economico o istituzionale. Sono entrati in gioco «fenomeni enormi» (la speculazione internazionale, la crisi dell’euro, l’impotenza dell’apparato europeo, la modifica degli assetti geopolitici internazionali), ci sono piovuti addosso «eventi estremi» (la dinamica dello spread e il pericolo di default) e abbiamo vissuto la «crisi delle sedi della sovranità», esautorate dall’impersonale potere dei mercati (nessuno, in Italia e altrove, è stato in grado di esercitare un’adeguata reattività decisionale). Ci siamo così ritrovati inermi, in una «immunodeficienza tanto inattesa quanto pericolosa», con le preoccupazioni della classe di governo, le drammatizzazioni dei media, le inquietudini popolari.
    Istituzioni politiche e soggetti sociali «separati in casa». Le dinamiche interne hanno visto una «parallela discontinuità». Da un lato, le istituzioni politiche si sono concentrate con rigore sulla fragilità dei conti pubblici e della nostra credibilità finanziaria internazionale, sulla riduzione delle spese, le riforme settoriali, la razionalizzazione dell’apparato pubblico. Dall’altro lato, i soggetti economici e sociali sono rimasti soli con le loro affannose strategie di sopravvivenza, anche scontando sacrifici e restrizioni derivanti dalle politiche di rigore. Questa divaricazione può generare poteri oligarchici, da una parte, e tentazioni di populismo, anche rancoroso, dall’altra.
    Uno scatto di discontinuità politica. Poiché «i tempi si erano fatti cattivi», è servito uno scatto di discontinuità rispetto ai precedenti modelli di comportamento, pubblici e privati, per ricalibrare i pregiudicati rapporti con i partner europei, le autorità comunitarie, i regolatori dei mercati finanziari globali. Ma i soggetti sociali non si sono sentiti coinvolti dall’azione di governo, perché sospettosi che alle strategie tecnico-politiche non seguisse un’adeguata implementazione amministrativa e organizzativa, e perché restavano in attesa di una proposta di percorso comune, più che di richieste di adesione a improbabili cambi di mentalità e di comportamenti. «Non è scattata la magia dello sviluppo fatto da governo e popolo» e il rigore di governo «non ha avuto lo spessore per generare forza psichica collettiva».
    Tre grandi spinte di sopravvivenza: «restanza», differenza, riposizionamento. Proprio nei mesi di più drammatica difficoltà, nel sottofondo della dinamica sociale ha cominciato a vedersi una «autonoma tensione alla solidità». Sono emerse tre grandi spinte di sopravvivenza. La prima è stata il fare perno sulla «restanza» del passato, per riprendere e valorizzare ciò che resta di funzionante del nostro tradizionale modello di sviluppo: il valore dell’impegno personale, la funzione suppletiva della famiglia rispetto ai buchi della copertura del welfare pubblico, la centratura sulla prossimità nella quale si sviluppano le relazioni cruciali, la solidarietà diffusa e l’associazionismo, la valorizzazione del territorio come dimensione strategica di competitività del sistema. La seconda spinta è stata la crescente valorizzazione della differenza e la voglia di personalizzazione: esempi ne sono il politeismo alimentare, con combinazioni soggettive di cibi e anche di luoghi ove acquistarli, senza tabù, neutralizzando ogni passata ortodossia alimentare; la moltiplicazione dei format di vendita, con la forte crescita degli acquisti online, la diffusione di siti web con offerte low cost e di gruppi di acquisto solidale; la personalizzazione dell’impiego dei media, sia per la fruizione dei contenuti di intrattenimento, sia per l’accesso alle fonti di informazione, secondo palinsesti multimediali «fai da te», autogestiti, svincolati dalla rigida programmazione delle grandi emittenti; la miniaturizzazione dei dispositivi tecnologici, la proliferazione delle connessioni mobili, l’esplosione dei social network, grazie ai quali diventano centrali la trascrizione virtuale e la condivisione telematica delle biografie personali. La terza spinta è stata data dai processi di riposizionamento: esempi ne sono il riorientamento dei giovani verso percorsi di formazione tecnico-professionale dalle prospettive di inserimento lavorativo più certe, la rinnovata vitalità di pezzi del tessuto produttivo (le cooperative, le imprese femminili, il settore Ict e le applicazioni Internet, le start-up nell’alta tecnologia e le green technologies), l’espansione della distribuzione organizzata e delle attività di commercio via web, l’aumento delle quote di mercato dell’Italia nelle aree emergenti del mondo grazie a specializzazioni produttive diverse dal tradizionale made in Italy, il cambiamento del modello di internazionalizzazione grazie a un di più di strategia che si è tradotto in un aumento degli investimenti in partecipazioni all’estero.
    Una torsione quasi identitaria per «essere altrimenti». Da una parte, impegnative politiche di vertice volte ad allineare il sistema al rigore predicato e perseguito dalle più influenti sedi di potere europeo. Dall’altra, milioni di persone impegnate a sopravvivere da sole alla crisi, con un’intima tensione a cambiare attraverso processi di riposizionamento. La sfida della sopravvivenza è stata combattuta non solo a difesa di quel che c’era e che avrebbe potuto essere perduto, ma ha comportato anche una «torsione quasi identitaria». In questi mesi non abbiamo solo salvaguardato il nostro «essere», ma anche cercato, più o meno consapevolmente, di «essere altrimenti». Tenere insieme nella nostra dialettica socio-politica le ragioni del rigore istituzionale e la popolare voglia di sopravvivenza sarebbe un significativo passo di crescita della nostra unità nazionale, perché oggi vive nel Paese una serietà collettiva (nelle preoccupazioni come nell’impegno) che era impensabile solo pochi mesi fa e che non va dispersa.
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Censis: Italia più povera e impaurita famiglie vendono oro, crolla la spesa Il Rapporto 2012: politica e società sempre più lontane. Scendono gli investimenti nelle costruzioni, in calo le immatricolazioni nelle università PER APPROFONDIRE famiglie, censis, rapporto 2012, italia ROMA - Sono disposti a vendere l'oro di famiglia per arrivare a fine mese, a lasciare la macchina per andare in bicicletta, a coltivare l'orto piuttosto che subire i rincari del supermercato. Gli italiani ce la stanno mettendo tutta, vogliono sopravvivere alla crisi. E così «risparmiano, rinunciano, rinviano» facendo crollare la spesa. Ma sono «rimasti soli», sempre più distanti dalla politica. È un'Italia «separata in casa» quella che emerge dal Rapporto sulla situazione sociale del paese presentato oggi dal Censis. Da una parte ci sono l'«ordine» e il «rigore» del governo, dall'altra le strategie messe in atto dalla società e dalle aziende: «restanza» del passato (neologismo che sta per valorizzare ciò che resta funzionante dal tradizionale modello di sviluppo), «personalizzazione» e «riposizionamento». «Sopravvivremo anche ai probabili e/o improbabili governi del prossimo futuro. Ma perchè dobbiamo sopportare governi in cui tutti vogliono governare, ma nessuno è d'aiuto al nostro stress di sopravvivenza? Forse è ora di trovare un modo di governare che si connetta ai processi reali, in una nuova sperimentazione di unità di governo e popolo», ha commentato il presidente del Censis, Giuseppe De Rita.

RASSEGNA STAMPA

IL MESSAGGERO


Censis: Italia più povera e impaurita
famiglie vendono oro, crolla la spesa

Il Rapporto 2012: politica e società sempre più lontane.

Scendono gli  investimenti nelle costruzioni, in calo le 

immatricolazioni nelle università





ROMA - Sono disposti a vendere l'oro di famiglia per arrivare a fine mese, a lasciare la macchina per andare in bicicletta, a coltivare l'orto piuttosto che subire i rincari del supermercato. Gli italiani ce la stanno mettendo tutta, vogliono sopravvivere alla crisi. E così «risparmiano, rinunciano, rinviano» facendo crollare la spesa. Ma sono «rimasti soli», sempre più distanti dalla politica.

È un'Italia «separata in casa» quella che emerge dal Rapporto sulla situazione sociale del paese presentato oggi dal Censis. Da una parte ci sono l'«ordine» e il «rigore» del governo, dall'altra le strategie messe in atto dalla società e dalle aziende: «restanza» del passato (neologismo che sta per valorizzare ciò che resta funzionante dal tradizionale modello di sviluppo), «personalizzazione» e «riposizionamento». «Sopravvivremo anche ai probabili e/o improbabili governi del prossimo futuro. Ma perchè dobbiamo sopportare governi in cui tutti vogliono governare, ma nessuno è d'aiuto al nostro stress di sopravvivenza? Forse è ora di trovare un modo di governare che si connetta ai processi reali, in una nuova sperimentazione di unità di governo e popolo», ha commentato il presidente del Censis, Giuseppe De Rita. 

PATRIA LAVORO LIBERTA: “CHE FARE?”


Dal "Manifesto"  di PATRIA LAVORO E LIBERTA', movimento politico fondato dall'on.Giulio Tremonti, iniziamo  la pubblicazione della seconda parte  del testo del documento   



 - Parte Seconda

                                                           “CHE FARE?”

Il testo che segue è sviluppato su due colonne: una colonna che si troverà qui di seguito già scritta; una colonna che invece è stata lasciata bianca.
Lasciata bianca per una ragione molto semplice: perché questo è un “testo aperto”.
Ed è in specie un testo aperto a tutte le aggiunte, a tutte le specifiche, a tutte le critiche che possono e/o potranno essere fatte, da tutti quelli che leggono e/o leggeranno questo “MANIFESTO”.
Altro, molto altro può essere aggiunto: dalla giustizia all’ambiente, etc. e tutto questo dipende più da voi che da noi, ovvero da voi e da noi insieme.
Il “che fare” è dunque, per ora, solo indicativamente organizzato qui di seguito su 5 blocchi: “COMPRA-ITALIA”; economia; ricerca, medicina, ambiente, etc.; democrazia e società; Europa.
Con un specifica: qui di seguito l’economia è messa prima della democrazia, ma non perché è più importante, solo perché, data la crisi, è più urgente.
Ciò premesso: subito qui di seguito si trova prima una tabella riassuntiva che sintetizza le 40 azioni che pare giusto fare.
Viene poi una esposizione più analitica e dettagliata dei relativi specifici contenuti.
Infine, a seguire, una nota di fattibilità sulle entrate e sulle uscite relative a questo programma.
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Blocco Primo:                                       “COMPRA-ITALIA”.
Il debito pubblico italiano può e/o deve tornare in mani italiane per bloccare il ricatto speculativo esterno. Titoli pubblici esenti da ogni imposta presente e futura.


Blocco Secondo:                                      ECONOMIA


SEZIONE PRIMA: credito, lavoro, protezione della nostra produzione, Legge Tremonti per chi fa investimenti, assunzioni, export;

n.1 Costituzione di una banca nazionale di “Credito per l’Economia” (CpE) sul modello tedesco della KFW;
n.2 Separazione tra credito produttivo e casino’ o bisca finanziaria;
n.3 TFR nella busta paga mensile, con diritto di compensazione finanziaria automatica ed equivalente per le imprese;
n.4 nuovo contratto di lavoro per la piccola e media impresa
n.5 “un giovane – un anziano”
n.6 protezione della nostra produzione
n.7 blocco della riforma Fornero sul precariato
n.8 potenziamento dei “Distretti e reti”
n.9 nuova Legge Tremonti per investimenti, assunzioni ed export;
n.10 responsabilità sociale delle grandi società finanziarie, etc.

SEZIONE SECONDA: tasse e spesa pubblica

n.1 abbattimento dell’IMU sulla prima casa non di lusso,
n.2 parallela introduzione a copertura di un’aliquota di imposizione bancaria e finanziaria sui profitti da attività speculative e sull’attività fatta nei paradisi fiscali;
n.3 destinazione prioritaria dei risparmi da “COMPRA-ITALIA”, ed altro, a riduzione fiscale;
n.4 moratoria Equitalia in specifici casi;
n.5 antievasione: coinvolgimento dei Comuni;
n.6 controlli sulla lealtà fiscale degli immigrati che accedono alla nostra sanità, etc.;
n.7 pagamento in contanti della pensioni più basse;
n.8 “Simple tax”;
n.9 concordato triennale preventivo;
n.10 allentamento del patto di stabilità per gli investimenti fissi;
n.11 ripresa del federalismo fiscale;
n.12 sblocco effettivo dei pagamenti della pubblica amministrazione;
n.13 standard europeo di spesa pubblica;

SEZIONE TERZA: libertà economica

n.1 moratoria legislativa e taglio del “Nodo di Gordio”;

SEZIONE QUARTA: il Sud

n.1 Cassa del Mezzogiorno;
n.2 Banca del Mezzogiorno;
n.3 Potenziamento dei titoli di risparmio per l’economia meridionale;
n.4 Fiscalità di vantaggio;

Blocco Terzo:                       RICERCA, MEDICINA, AMBIENTE, ETC.

n.1 credito d’imposta;
n.2 la nuova medicina;
n.3 adozione della parte ragionevole delle proposte del M5S;
n.4 libri di scuola fermi per 5 anni.

Blocco Quarto:                             DEMOCRAZIA E SOCIETA’

n.1 costo della politica: quarantena. Nessun compenso politico potrà superare il guadagno di un precario. Poi andrà a regime il sistema di standard di costo medio europeo
n.2 generalizzazione dei referendum propositivi e consultivi;
n.3 abbassamento a 16 anni della maggiore età;
n.4 doppio voto elettorale ai giovani;
n.5 adozione delle proposte liberali per la “rete” fatte dal “Piraten Partei”;
n.6 innalzamento dal 5 al 7 per mille della contribuzione al volontariato;
n.7 elezione diretta del Presidente della Repubblica;


Blocco Quinto :                                         EUROPA

n.1 referendum sull’Europa futura: più unità nella disciplina di bilancio, sopra; più solidarietà sotto, e comunque “battere i pugni” in Europa;
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Più in dettaglio, si può considerare quanto segue, come più specifica base di lavoro

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Blocco Secondo:                                        ECONOMIA

Sulla necessità di bloccare subito l’epidemia finanziaria in corso, si è già scritto appena sopra. Su questa base, in aggiunta si può e/o si deve poi fare quanto segue.


SEZIONE PRIMA: credito; lavoro; protezione della nostra produzione; nuova legge Tremonti per investimenti, assunzioni, export.

Ed in specie: N.1 Bisogna fare subito come la Germania. Va subito costituita una banca di tipo nuovo, una banca nazionale che faccia “Credito per l’Economia” (CpE).
Il modello da adottare è quello tedesco della “KFW” (“Kredit für Wirtschaft”= credito per l’economia);
In Germania la “KFW” è uno dei principali pilastri, spesso il fondamentale pilastro dell’economia (sociale di mercato). E’ una banca pubblica, ma non incompatibile con il mercato. Una banca potentissima che, da decenni, fa credito alle imprese, al lavoro ed alle comunità, alla produzione ed all’export.
Da noi non c’è ancora qualcosa di simile, se non in termini sperimentali.
L’economia italiana si basa su due pilastri fondamentali: la manifattura ed il risparmio.
In questa fase della crisi le piccole e medie imprese italiane sono in crisi (anche) perché non hanno credito.
Per contro, il risparmio è ancora un pilastro (l’altro pilastro) della nostra economia. Serve dunque un forte raccordo tra risparmio ed imprese.
Se la “KFW” va bene in Germania, perché non replicarla subito anche in Italia?
Lo si può fare riorganizzando e, fermi il ruolo e la missione delle fondazioni, triplicando in tempo reale le strutture che già abbiamo: Cassa Depositi e Prestiti + Sace + Export Banca + i due Fondi strategici.
La “CpE”, come la “KFW”, dovrà avere garanzia statale totale, sostenere decisamente l’export, emettere speciali titoli di finanziamento alle piccole e medie imprese ed ai distretti e/o reti.

Non solo: la “CpE”, come la “KFW”, deve essere sottratta ai vincoli di bilancio europei e deve avere gli stessi aiuti di Stato finora concessi dall’Europa alla “KFW”.
In caso di ostacoli “europei”, rispetto a questa legittima richiesta di “par condicio”, l’Italia va in Europa “batte i pugni”, per davvero e non per finta (come ora fa). Su cosa fare, al proposito, cfr. qui di seguito il n. 1 del blocco Europa).

N.2 Separazione tra credito produttivo ed attività speculativa.

Le banche che raccolgono il risparmio dei risparmiatori lo possono impiegare solo facendo credito alle imprese ed ai lavoratori, alle comunità ed alle famiglie. Ed a loro rischio.
Non possono usare la raccolta del risparmio privato per entrare nel casinò o nella bisca della finanza, continuando un sistema, come quello che c’è ora, per cui se ci sono profitti, questi vengono incamerati e privatizzati; se invece ci sono perdite, queste vengono trasferite nei bilanci pubblici e dunque messe a carico dei cittadini, dei risparmiatori, etc.

Si deve dunque tornare allo spirito della legge Glass-Steagall del 1933, che, dopo la crisi del 1929, fu la base di partenza del “New Deal” di Roosevelt. E’ su questo modello che in Italia fu fatta la legge bancaria del 1936. Entrambe queste due leggi (quella americana del 1933, quella italiana del 1936) furono poi abrogate, negli anni ’90, nello spirito della globalizzazione finanziaria. E’ un errore che stiamo pagando e che dobbiamo correggere; (per maggiori informazioni su questo si veda la SCHEDA N.9 sul sito www.listalavoroliberta.it).

N.3 Immissione immediata nelle buste paga mensili del TFR (trattamento di fine rapporto).

Più soldi ai lavoratori, per contrastare subito il calo della domanda sul mercato interno. Il beneficio è immediato. Non ci sarà costo finanziario per le imprese, perchè queste, senza alcun danno, avranno diritto all’equivalente automatico finanziamento, direttamente da parte della loro banca, a sua volta servita a questo
fine dall’INPS e dalla Cassa Depositi e Prestiti.

N.4 Contratto di lavoro per la piccola impresa.

Lo schema dei contratti di lavoro è finora organizzato verticalmente, per grandi settori di attività: metalmeccanico, chimico, tessile, edile, etc.
Settori nei quali sono indifferentemente posizionate, e tutte insieme, le grandi, le medie, le piccole imprese.
Considerando che il prodotto interno lordo italiano è fatto per oltre il 90% da imprese piccole e medie, queste livello, se lo vogliono, le imprese ed i lavoratori, possono applicare uno schema contrattuale alternativo e nuovo, una nuova forma di contrattazione, più vicina alle aziende e ai territori.
Un tipo di contratto che, superando la vecchia divisione verticale per settori di attività, prescinde dal tipo di settore di attività, per considerare principalmente la dimensione aziendale (e solo marginalmente il settore di attività). E’ questa, dimensionale e non verticale, la logica del nuovo contratto di lavoro della piccola e media impresa.

N.5 “Un giovane con un anziano”.

In ogni azienda, per ogni giovane assunto, si prevede la detassazione-defiscalizzazione di un lavoratore “anziano”.

N.6 Protezione della nostra produzione.

La concorrenza, per essere tale, deve essere leale. Gli USA, non certo sospettabili per essere anti-mercato, praticano già dal 1933 e poi ancora in altre forme sempre più forti negli ultimi 30 anni, politiche di protezione, di “Buy American”, etc.
In specie politiche che selezionano gli aiuti pubblici, le commesse pubbliche, etc. riservandoli alla produzione americana, in funzione dell’interesse economico nazionale.
Lo deve fare anche l’Europa. Lo deve e può fare, se no, unilateralmente l’Italia! Non si dica che ciò è impossibile, che è contro le regole del mercato e dell’Europa: una idea analoga, per la Francia, si trova infatti specificamente in uno dei due programmi presidenziali francesi (“La France forte”) del 2012. Se no,
l’Italia “batte i pugni” per davvero in Europa ( su questo si veda ancora il blocco Europa, n.1).

N.7 Blocco immediato della riforma del lavoro sul precariato.

“I “tecnici” la chiamano “flessibilità in entrata”. In italiano è un caso di “esodati 2”, ma un caso ancora più grande e drammatico” del primo. L’ideale a cui tendere è certo quello del “posto fisso”, del lavoro a tempo indeterminato. Ma non ci si arriva con esperimenti di ingegneria sociale, considerando imprese e lavoratori come topi o cavie da laboratorio cui è possibile applicare “intelligenti stimoli elettrici”. A partire dalla metà di luglio, da quando è entrata in vigore la riforma, con una accelerazione crescente attesa per l’autunno, e sotto il peso della crisi, per effetto della Legge Fornero le imprese non solo non creeranno posti fissi, ma faranno sempre meno contratti di lavoro a tempo determinato: manderanno a casa coorti crescenti di lavoratori a tempo determinato; lo faranno semplicemente via mancato rinnovo dei contratti che vengono via via a scadenza, non avranno neppure l’onere di spiegarlo: diranno solo che è la legge che li costringe. Dunque, senza tante storie, siccome non c’è il posto fisso: via! E’ questa la follia della fine-lavoro per troppi lavoratori, tra l’altro per lavoratori impegnati nei settori più strategici: dalla ricerca all’informatica a tutti i nuovi servizi.

N.8 Potenziamento delle Reti/ Distretti d’impresa

Dato il risultato positivo della sperimentazione, la dotazione finanziaria delle Reti/Distretti di impresa (ideati nel 2005 e finalmente operativi dal 2010-2011) può e/o deve essere significativamente accresciuta.

N.9 Rinnovo della “Legge Tremonti”.

Nel 1994 furono detassati gli investimenti, le assunzioni, le quotazioni in borsa.
Allora l’esperimento ebbe successo e fu poi ripetuto, con varianti, in funzione delle successive congiunture economiche e di bilancio.
Adesso la legge può e deve essere pienamente ripresa, magari lasciando da parte il premio di quotazione in borsa, ma sostituendolo con la detassazione dell’EXPORT.

N.10 Responsabilità sociale delle grandi società finanziarie, etc.

Si devono riconoscere meriti e successi, ma non si possono più tollerare l’avidità e l’impunità, soprattutto quando la gestione della società è scissa dalla proprietà e perciò è scissa dalla base naturale della responsabilità che è appunto la proprietà, quando si rischia in proprio.
Nel sopra citato programma conservatore inglese si trovano proposte mirate a “dare potere agli azionisti”, a “ristabilire parità di condizioni tra parti contraenti forti e deboli, ad allineare profitti richiesti e risultati ottenuti, ad assicurare parità di accesso alle informazioni, etc. Come è stato scritto “La riforma del capitalismo deve contemplare maggiore trasparenza… sul settore bancario una riforma è possibile… si deve compensare il merito, combattere i nuclei di potere, riconoscere i fallimenti”.
E’ questa la via da percorrere anche in Italia. I premi-bonus dei grandi manager devono essere limitati e comunque tenuti in depositi a garanzia a medio-lungo termine, in modo che, in caso di fallimento, siano recuperabili dalle aziende e dagli azionisti. Deve essere posto un limite reale all’eccesso di tecniche per cui si caricano di debito le imprese, non per necessità ma per investimenti speculativi, etc. Se una banca fallisce e viene salvata con denaro pubblico, i responsabili devono specificamente subire, personalmente e/o patrimonialmente, un trattamento analogo a quello del fallimento e non beneficiare di un regime di responsabilità limitata.
Sui crediti, l’ago della bilancia si è troppo spostato a danno dei creditori più piccoli. Un equilibrio va ristabilito garantendo ai giocatori più piccoli posizioni negoziali più forti.

Schifani: Berlusconi ha il sacrosanto diritto di scendere in campo


Schifani: Berlusconi ha il sacrosanto

 diritto di scendere in campo

La dichiarazione del Presidente del Senato

SCHIFANI
“Silvio Berlusconi ha il sacrosanto diritto di scendere in campo: é stato il fondatore di uno dei più grandi partiti nella storia del nostro Paese, Forza Italia e poi il Pdl, é stato legittimato democraticamente a governare il Paese da milioni di italiani a due volte, nel 2001 e nel 2008. Credo che abbia pieno diritto a rivendicare la propria candidatura. E’ una sfida democratica in una democrazia sana come questo Paese"

Berlusconi: Io assediato da richieste per discesa in campo


Berlusconi: Io assediato da richieste per discesa in campo

La nota del Presidente

Silvio Berlusconi
"Leggo su un’agenzia una frase a me attribuita del tutto inventata e addirittura surreale: ’Io non mi candido perché non mi volete’, frase che avrei rivolto ai miei colleghi del Popolo della Libertà. La realtà è l’opposto: sono assediato dalle richieste dei miei perché annunci al più presto la mia ridiscesa in campo alla guida del Pdl.

La situazione oggi è ben più grave di un anno fa quando lasciai il governo per senso di responsabilità e per amore del mio Paese. Oggi l’Italia è sull’orlo del baratro. L’economia è allo stremo, un milione di disoccupati in più, il debito che aumenta, il potere d’acquisto che crolla, la pressione fiscale a livelli insopportabili. Le famiglie italiane angosciate perché non riescono a pagare l’Imu. Le imprese che chiudono, l’edilizia crollata, il mercato dell’auto distrutto. Non posso consentire che il mio Paese precipiti in una spirale recessiva senza fine. Non è più possibile andare avanti così. Sono queste le dolorose constatazioni che determineranno le scelte che tutti insieme assumeremo nei prossimi giorni". Lo ha affermato Silvio Berlusconi in una nota